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I disastri nella Storia: Il Grande terremoto di Lisbona 1755

Carissimo/a history lover, buon momento!

Per la rubrica “I disastri nella Storia” oggi vi parlo del Grande Terremoto di Lisbona, nel quale persero la vita tra le 60.000 e le 90.000 persone
Questo terremoto (Magnitudo 8.5-9.0) ebbe l’epicentro nel mare e scatenò anche un maremoto che lo rese uno dei più distruttivi nella Storia.  Lisbona fu quasi interamente distrutta e il sisma fu sentito in quasi tutta Europa e in Marocco dove si registrarono altre vittime.

Lisbona, 1 novembre 1755

Il vascello inglese Nancy solcava le acque cristalline con la consueta andatura. Il cielo era terso quella mattina di novembre e, la leggera brezza proveniente da est, le consentiva d’avanzare placida e senza impedimenti. Il Sole splendeva nel suo insolito colore e gli animi dell’equipaggio erano quieti come quel viaggio.

«Capitano» vociò il vice dopo aver studiato la terra in lontananza, «siamo dinanzi a Sanlùcar de Barrameda.»

L’uomo lanciò uno sguardo all’orologio che soleva portare con sé nel taschino della giacca prima di dichiarare: «Bene, siamo in perfetto orario.»

Fu proprio sul suono di quelle ultime parole, che l’imbarcazione arrestò il suo movimento producendo un fastidioso stridore prolungato. L’inatteso scontro bloccò in un istante la nave e i cuori dei marinai, mentre esclamazioni e improperi si levavano verso l’alto.

«Maledizione! Ci siamo incagliati» gridò infatti il comandante mantenendosi ben saldo al timone.

La risposta fu un brusio allarmato.

«Forse abbiamo urtato degli scogli» ipotizzò il vice arrancando per raggiungere la balaustra, sporgersi e controllare.

Nel mentre, l’imbarcazione oscillava con un moto imperituro, che era ben oltre il classico dondolio.

«Calate la sonda» ordinò il capitano senza perder tempo, «cerchiamo di quantificare il danno e di arginarlo, se possibile.»

Gli uomini si mossero a quel comando, con l’intima speranza, di risolvere quell’inconsueta complicazione.

Sulle rive della capitale portoghese, intanto, la vita scorreva nell’usuale normalità. In porto vi era l’operoso fermento dei lavoratori, mentre nell’elegante Palazzo Ribeira, gli occupanti si adoperavano per renderlo sempre più maestoso e regale.

La prima balia delle Infanti se ne stava seduta dinanzi alla finestra ad osservare il cielo. In quel frangente aveva una strana sfumatura e quell’afoso caldo, che permeava dalle imposte aperte, la inquietava terribilmente.

«Donna Benedita, avete altro da comandare?» domandò una delle serve fermandosi sulla soglia della camera.

«No. Puoi andare.»

Richiuse il libro che teneva tra le mani e lo pose in grembo prima di voltarsi per osservare l’ordine maniacale della propria stanza e accennare un sorriso colmo di soddisfazione. Adorava vedere la perfetta collocazione degli oggetti, le dava una parvenza di tranquillità e di casa.

Quando si dedicò finalmente alla piacevole lettura di quel testo inglese, si perse così tanto nell’avvicendarsi della storia, che dimenticò l’ansia provocata dal cielo e le ci volle più di un attimo per accorgersi che qualcuno stava bussando con insistenza alla sua porta.

«Sì?» domandò quasi infastidita.

«Sono Camila.»

«Entra», la invitò con evidente sorpresa e non appena la vide attraversare l’uscio seguitò, «cosa succede?»

«Hai sentito l’aria?» ribatté l’altra avanzando per raggiungere la finestra e indicare l’esterno.

Camila e Benedita erano le figlie gemelle di un barone locale, colte sopra la media e di buon cuore, erano state scelte tra tante per prendersi cura della prole dei sovrani.

«Sì, poc’anzi. Temi che sia un segnale?» domandò la prima concludendo definitivamente la lettura.

«Ne sono sicura», sentenziò fissando gli occhi della sorella, «ho un brutto presentimento.»

«Non parlare di presagio», l’ammonì l’altra alzandosi in piedi, «vuoi incorrere nella punizione?»

«No di certo, Benedita, ma so quel che dico», sussurrò come se qualcuno potesse udirle, «sono venuta a chiamarti perché dobbiamo trovare un riparo.»

«Dove?»

«Vieni con me» dichiarò Camila prendendole un polso per trascinarla con sé.

Il tempo di muovere solo pochi passi, che un boato emerse dalle viscere della terra risuonando con prepotenza grazie alla sua eco tonante.

Le due sorelle ebbero appena il tempo di guardarsi negli occhi, prima che il pavimento cominciasse a tremare con una tale intensità da farle rovinare al suolo.

«Benedita!» urlò Camila allungandosi inutilmente per afferrare la sorella che era rotolata fin alla parete opposta.

«Sto… bene» fiatò ella con il fiato corto, mentre tentava di rimettersi in piedi.

L’abbigliamento scomodo e lo spostamento spasmodico di tutto non le consentiva di muoversi agevolmente e il semplice rimettersi in piedi, stava diventando molto più difficile del consueto.

Benedita allungò una mano per arpionarsi alla badia, ma l’azione fu nefasta perché complice il movimento tellurico, quello stesso mobilio le si abbatté addosso insieme a un’ampia porzione di parete.

Un potente rumore di massi, ceramica e vetro infranti al suolo si unì alle grida e all’altro baccano sommergendo le menti con un unico trambusto.

Il cuore di Camila accelerò il battito quando vide la scena.

«Benedita!» chiamò, strisciando verso di lei con il fiato corto e gli occhi colmi di lacrime.

«Benedita, rispondi» ordinò singhiozzando, mentre arrancava tra i detriti. Incurante dei tagli inferti alle mani dalle schegge dei frammenti. Riusciva solo a pensare a lei e, vederla inerme sotto quei strati di materiale, non faceva altro che aumentarle la disperazione.

Con un immane sforzo la raggiunse. Sentiva la pelle bruciare per gli squarci e le escoriazioni, ma il dolore per le proprie ferite era nulla, contro la pena provata nel riconoscerle in volto la figurazione della morte.

«No!» urlò con afflizione mentre tentava di liberarla dai pezzi di muro. Le mani affondavano nel materiale farinoso e tagliente senza posa, spinte dalla disperazione e dalla paura, mentre le lacrime continuavano a rigarle il viso rovinato da quella miriade di emozioni.

La superficie intanto non cessava di sussultare un solo istante. Continuava imperterrita a mantenere il suo insano ritmo finché un altro pezzo di edificio non crollò su entrambe, senza pietà.

Il rimbombo del terreno si unì al fracasso dell’edificio in frantumazione e alle urla strazianti date dal terrore.

Quel terremoto, oramai era da minuti che non dava tregua. Sul molo, i lavoratori più forti se ne stavano aggrappati ad ancoraggi di fortuna finché non si sentì una voce strozzata superare quel caos per gridare con sgomento: «Il mare si ritira!»

I respiri di tutti si arrestarono d’improvviso a quella sconosciuta reazione.

Quei pochi che ebbero il coraggio di guardarsi intorno alla ricerca di una via di fuga corsero verso l’entroterra, arrancando e sbattendo contro gli edifici e schivando e saltando le pietre che cadevano loro addosso. I monti fumarono davanti ai loro occhi ingrigendo il cielo con una spessa nuvola di fumo.

L’aria era diventata irrespirabile, colpa dei detriti, del fumo e del terrore.

Vane preghiere di salvezza si levarono al cielo e furono davvero vane, perché vennero inghiottite, d’improvviso, da un’onda alta quindici metri che sovrastò tutto.

La potenza del mare spazzò via quel poco che stava resistendo e quando ritornò al suo posto, lasciò solo la distruzione e un innaturale silenzio.

Estratto del mio prossimo romanzo storico: “La prima regina del Portogallo”

#Curiosità
Nonostante l’immane tragedia, la città di Lisbona seppe rialzarsi in modo sapiente grazie all’intervento del Primo Ministro Portoghese Sebastião José de Carvalho e Melo, il quale, nonostante non fosse apprezzato dalla vecchia nobiltà, diede prova di ingegno e acume. Egli, infatti, fece un’indagine per scoprire cosa fosse accaduto poco prima del terremoto al fine di poterli prevenire e la sua ricerca diede il via alla ricerca sismologica.
Inoltre, gli edifici furono costruiti su sua richiesta in modo antisismico e, tali costruzioni, sono ancora oggi visibili.

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