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Cuore vichingo: capitolo 29

Helgö

Il sole, seppur pallido, era ormai tramontato da tempo e aveva lasciato nel cielo scuro un decoro puntellato particolarmente lucente.

Nonostante l’ora tarda e la naturale stanchezza, Maya non aveva ancora chiuso occhio e osservava il cielo cercando di cogliere in quel ricamo stellato qualcosa di familiare che la facesse sentire a casa, ma niente era come lo ricordava o meglio, non ricordava niente. Scoprì, suo malgrado, che gli anni avevano cancellato i ricordi sostituendo le immagini con altre più recenti e ben diverse. Una morsa di amarezza le avvinghiò lo stomaco costringendola a mettersi seduta. Faticava persino a respirare se si soffermava a pensava a quanto fosse lieve il suo senso di appartenenza. Non era più un abitante di Helgö, anche se per tutto quel tempo si era ostinata a crederlo e a dirlo.

Stremata dal senso di colpa per essere andata avanti con la sua vita, balzò in piedi, afferrò una torcia perimetrale e cominciò a camminare sul sentiero ricavato tra i detriti in cerca della propria dimora. Lo doveva alla Maya bambina e a suo padre che in quella casa ci era morto. Gli occhi brillarono di dolore a quel pensiero perché, nonostante fosse andata avanti, la sofferenza era sempre nel suo petto. Aveva scavato una nicchia tra le pieghe del suo cuore diventandone parte integrante e invisibile, ma pur sempre presente.

I passi si fermarono al centro di un iniquo slargo perché lo riconobbe e ne percepì subito il peso del passato. Si avvicinò a quella che un tempo era stata la sua abitazione, esaminò i residui immersi nella cenere e tra alcune assi scorse una tavola grezza, bruciata e intagliata al centro. Era ancora possibile leggere le prime lettere del suo nome e d’istinto sorrise, prima di scoppiare in lacrime. Una pioggia silenziosa e autentica, che con la sua discesa lasciò un segno acre sulla pelle pallida, che in qualche modo però, fu in grado di lavare via l’angoscia fin lì provata.

“Non dovresti andare in giro da sola” parlò Erik alle sue spalle. Era stato talmente silenzioso che lei non lo aveva minimamente percepito.

“Avevo bisogno di farlo” spiegò asciugando il viso prima di voltarsi a guardarlo.

“Era casa tua?”

“Sì” ammise fissando le sue iridi perse nella penombra.

Il guerriero si avvicinò in silenzio.

“Non guardarmi così” lo ammonì mordendosi il labbro inferiore al chiaro scopo di trattenere il nuovo flusso di lacrime.

“Mi dispiace, Maya.”

“Non devi, era un’eventualità” sminuì stringendosi nelle spalle, ma il sapore acre della sofferenza tornò a riempirle l’anima fino a fiorire in un singulto mal trattenuto.

“Cosa posso fare per te?” le chiese fermandosi a un passo da lei, desiderando con tutto se stesso stringerla tra le braccia proprio come aveva fatto Liut. Solo per darle sostegno al fine di veder svanire quel amarezza che le baluginava nello sguardo.

Maya rimase un momento in silenzio a osservare il volto che in quegli anni era riuscito a riempire i suoi pensieri e si scoprì vulnerabile e completamente dipendente da lui. La verità, quella che scoprì in quel mentre, era che Erik fosse diventato, da quel maledetto giorno, la sua ancora di salvezza. Idromele che rende ogni cosa migliore.

“Ordinami di baciarti” dichiarò d’improvviso, spiazzandolo.

“Cosa stai dicendo?”

“Ordinami di baciarti, capitano” ripeté senza muovere un muscolo, convinta che fosse l’unico modo per cancellare quella tremenda sensazione che le comprimeva il petto e le rendeva difficile respirare.

Erik la fissò incredulo, dubbioso e piacevolmente eccitato ma, alla fine, prese la sua scelta.

*****

Carissime guerriere e guerrieri, ci siete ancora?
Vi aspettavate una richiesta del genere dalla nostra Maya? Cosa farà Erik?
Alla prossima!

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