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Cuore vichingo: capitolo 33

Sulle coste di Birka

“No, ma ti prometto che non ti cercherò più in quel modo.”

Quelle parole, sussurrate dalla giovane Maya diverse sere prima, ancora riecheggiavano nella mente del guerriero quasi fossero una condanna a morte.

Non era quello che desiderava, eppure, non era stato capace di dirglielo. Perché, con il passare del tempo, aveva capito che il volere e il dovere erano agli antipodi della sua tranquillità e della sua prontezza di spirito. Era un guerriero. Un comandate e, pertanto, doveva essere lucido, al fine di agire nell’interesse dei suoi uomini e delle sue missioni. Aveva quasi perso un occhio per quel motivo, ma da quando quell’impertinente si era fatta strada nella sua mente e, peggio ancora nel suo cuore, non era più stato in grado di difendere il suo ruolo. Si sentiva debole, incapace di gestire le situazioni e non poteva assolutamente permetterlo.

“Siamo arrivati!” esultò uno dei suoi uomini e all’istante si levarono grida di sollievo.

Nonostante fossero stati via solo una manciata di giorni, era sempre bello poter tornare alla propria terra.

A quel suono Maya sollevò il viso per puntare lo sguardo sul orizzonte e distinguerne la morfologia. Ogni insenatura le balzò agli occhi familiare e nel immediato percepì il sollievo di sentirsi a casa.

Il pensiero di rivedere Helka, Matran e Kadlin le animò il volto e per la prima volta da quando erano partiti si lasciò sfuggire un sorriso sincero.

Erik, che in quel mentre la stava osservando, non poté evitare di notare quell’espressione di gaudio e di riflesso sorrise con lei. In quel momento di gioiosa calma, però, egli comprese una verità che in parte lo sconvolse. Avrebbe potuto allontanarla da sé con il corpo, ma il suo animo era ormai legato a quello di lei in un modo che non poteva essere spiegato con le parole.

“C’è qualcosa di strano” la vide articolare poco dopo. Si era rivolta a Liut, seduto al suo fianco, con la chiara intenzione di non farsi udire, ma Erik era capace di intuire le parole al solo movimento delle labbra. Una dote che gli era stata utile in diverse occasioni.

“In che senso?” si volse l’amico a guardarla con interesse.

“Non lo so” ammise torcendo le dita delle mani, quasi fosse imbarazzata di averlo detto ad alta voce.

“Se lo hai detto avrai avuto le tue ragioni” s’intromise Erik rivolgendole per la prima volta la parola, da quella sera.

La giovane sussultò quasi nell’udirla.

“Maya” la chiamò ancora, con il chiaro desiderio che si voltasse e gli dedicasse la sua attenzione. Da quella stupida sera non lo aveva più fatto.

Con deliberata lentezza si volse a guardarlo. Sentiva il cuore in gola e una bizzarra agitazione nel petto. Le era mancato terribilmente sentirsi chiamare da lui, come le era mancato poterlo guardare negli occhi e perdersi nelle loro iridescenti emozioni. Si odiava ancora per aver detto quelle parole nelle quali non credeva, ma oramai non era possibile tornare indietro.

Quando i loro sguardi si incontrarono, entrambi si smarrirono nelle sensazione del momento, ma fu Erik il primo a riaversi. “Perché lo hai detto?”

“Solo una sensazione.”

“Cosa ha scaturito la tua sensazione?” indagò ancora, senza staccare lo sguardo dalle sue iridi color tramonto che, a causa del tempo, erano meno lucenti.

La giovane sospirò prima di spiegare. “La palizzata ha subito delle modifiche.”

Erik spostò lo sguardo al muro di legno, ormai distante solo pochi metri, ma non notò nulla di diverso su di esso. Tuttavia osservò una carenza di persone sul arenile.

“Sei sicura?”

“Sì”, confermò assentendo con il capo, “molte assi sono state cambiate.”

Con una sensazione amara nel petto, tipica di chi preconizza una brutta notizia, Erik balzò giù dalla imbarcazione e, senza dire nulla, corse verso casa.

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