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Cuore vichingo: capitolo 36

Birka

Il cuore di Helka stava ancora battendo a un ritmo furioso nel petto quando Maya li raggiunse. Liut le aveva solo sfiorato le labbra con le proprie, eppure, era bastata quella lieve carezza per far destare il suo corpo come non era mai successo. I due giovani, ancora seduti uno di fianco all’altra, occhi negli occhi, ci impiegarono più di un istante per riprendersi, perché entrambi avevano sentito il languore potente e debilitante che li aveva avvinti.
“Ho interrotto qualcosa?” domandò Maya, quando si rese conto che avevano ignorato il suo arrivo.
“No”, rispose Liut rivolgendole uno sguardo loquace, “esattamente come non ho fatto io.”
La rossa comprese e sorrise senza poterlo evitare. L’idea che i suoi migliori amici avessero smesso di respingersi l’allietò e, in qualche modo, riuscì ad alleggerire per un istante le brutture che stavano capitando.
“Mi dispiace”, aggiunse poi stringendosi nelle spalle, “ma Alrik ti vuole parlare.”
“A me?” domandò il giovane, sorpreso.
“Sì, mi risulta che tu sia ancora suo fratello”, replicò l’altra con ironia, “oppure lo hai dimenticato?”
“Vado” borbottò alzandosi in piedi e, dopo aver lanciato uno sguardo alla bionda seduta a terra e con il volto rivolto al nulla, andò via.
“Vuoi dirmi qualcosa?” domandò la rossa prendendo il posto dell’amico.
“Non c’è molto da dire”, replicò affondando le iridi in quelle di lei, “stavo solo per commettere un errore.”
“Errore?” si rabbuiò l’altra.
“Sì”, sospirò Helka spostando lo sguardo davanti a sé, “ho lasciato che il senso di solitudine mi rendesse debole.”
“Non capisco” corrugò la fronte, confusa.
“Mi manca, Maya”, confessò riferendosi alla madre, “e lui era pronto a farmi sentire meno sola.”
“Non provi nulla per lui?” andò dritta al punto, perché regnava una profonda confusione nei sentimenti. Se nel lavoro manuale e nel risolvere le problematiche erano persone pratiche, in quelle sentimentali erano davvero maldestre, lei per prima.
“Sì. No. Non lo so”, sospirò coprendosi il volto con le mani, “ora so solo che sono stanca.”
“Dovresti riposare” le suggerì guardandola con affetto, in fin dei conti capiva bene la di lei confusione perché l’aveva provata sulla sua pelle.
“Sì”, annuì, lasciando che una pioggia di lacrime amare le rigasse il volto. “Ero una brutta persona e lo sono ancora”, singhiozzò, preda dello sconforto, “non merito l’affetto di un uomo come Liut.”
“Liut è abbastanza saggio da sapere cosa vuole”, la contraddisse con un sorriso gentile prima di abbracciarla. La strinse con forza, lasciando che le sue lacrime le scivolassero sulla tunica chiara, mentre con la mano libera le carezzava i capelli rovinati. La sua amica e sorella era passata dall’avere tutto al non avere niente in una notte, era normale che si sentisse sfinita. Certo, le rimaneva un fratello maggiore dall’animo nobile, ma egli era un navigatore e guerriero esperto che non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Sarebbe rimasta sola comunque.
La strinse più volte, comprensiva, fino a quando non sentì il suo respiro farsi regolare e, quando ritornò Liut, fece sì che la prendesse in braccio e la portasse sul giaciglio. Ella, invece, rimase seduta a terra, con le ginocchia stretta tra le braccia e la fronte posata stancamente su di esse. Era stremata a sua volta, che lo volesse ammettere o meno.
“Cosa ci fai ancora qua fuori?” fu la domanda che sentì tempo dopo.
Con un notevole sforzo cercò di sollevare la testa e non poté evitare di mugugnare dal dolore. Si era assopita in quella posizione assurda. Ancora con gli occhi chiusi, iniziò a massaggiare il collo, bofonchiando di tanto in tanto il suo lamento.
“Ti sei addormentata qui” constatò ancora l’uomo con preoccupazione e, inginocchiandosi al suo cospetto, spostò la di lei mano per prenderne il posto. Bastò sentire il calore delle di lui mani sulla propria pelle per provare sollievo.
“Grazie”, mormorò schiudendo le palpebre e affondando nel verde dei suoi occhi, “si vede che hai il tocco esperto.”
Erik le sorrise. “Perché non sei andata dentro? Sei gelata” continuò frizionando le braccia.
“Sono crollata”, ammise riuscendo finalmente ad appoggiare la testa sulla parete, “non era mia intenzione risvegliarmi così”, borbottò cercando di distendere le gambe, “mi fa male tutto.”
“Vuoi che utilizzi il mio tocco esperto ovunque?” la canzonò con malcelata malizia. Sarebbe stato molto più che felice di aiutarla.
La vide spalancare gli occhi sconcertata, ma lo stupore durò il tempo di un respiro e poi la vide sorridere, consapevole, maledettamente consapevole.
Si strinse nelle spalle con indifferenza, “Tanto, anche se ti dicessi sì tu non lo faresti” ribatté a tono.
“Maya, quello che è successo a Helgö…”
“Sì, lo so, lo so, è stato un errore, lo hai già chiarito” ripeté con una cadenza annoiata, stanca il giusto per celare il dolore che invece le causava quella verità.
“No, è stato incredibile”, confessò sfiorandole il mento per guardarla negli occhi e aggiungere, “è stato assolutamente meraviglioso.”

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