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L’avveduto Tanucci

Carissimo/a History Lover, buon momento!

In occasione dell’anniversario della morte di un grande politico,(ebbene sì, esistevano😂), ho deciso di parlare un po’ di lui, quindi, buona lettura!

«Bernardo Tanucci, nacque a Stia il 20 febbraio del 1698 e morì a San Giorgio a Cremano il 29 aprile del 1783. Figlio di una famiglia borghese, Bernardo ebbe modo di studiare e di laurearsi in Legge grazie al sovvenzionamento di un ricco protettore. Ebbe una gioventù impegnativa, dedicata principalmente allo studio e all’affascinare i nobili nei salotti toscani, mentre l’età adulta fu un susseguirsi di incarichi importanti. Le caratteristiche personali di cui era dotato, infatti, fecero sì che le sue idee venissero tenute in forte considerazione, così come le sue battaglie. La razionale caparbietà lo aiutò a intessere rapporti con personalità sempre più elevate, tanto che, a soli trentasei anni d’età, divenne consigliere dell’allora duca di Parma e Piacenza e futuro re di Napoli Carlo Sebastiano di Borbone.
Bernardo fu professore di diritto in toscana e nel Regno di Napoli fu Ministro delle Poste, Ministro di Giustizia, Ministro degli Affari Esteri e Presidente del Consiglio di Reggenza (al servizio di Ferdinando di Borbone. Figlio di Carlo.)
Tanucci, durante la carriera politica, ebbe la capacità di gestire al meglio ogni ruolo, effettuando opere meritevoli di rimanere nella memoria, tuttavia, il bene assoluto non esiste, quindi, ci fu chi osannò le sue decisioni e chi le detestò con tutto se stesso. Il dissenso maggiore giunse proprio dalla regina di Napoli Maria Carolina d’Asburgo-Lorena che, non appena le fu concesso, lo licenziò mettendo fine al suo governo pluridecennale.»

Ok, penso di averti detto veramente poco, ma, come sempre, ora ti mostro una piccola parte del suo animo.

*****

L’avanzata dell’esercito spagnolo aveva lasciato dietro di sé un’umana conquista. Molte erano le città e i castelli caduti sotto il suo vessillo e in quel momento, Carlo Sebastiano di Borbone, si accingeva a entrare in Napoli non come invasore, ma come salvatore. L’arco rinascimentale in marmo bianco di Porta Capuana risplendeva dei raggi solari, brillando come una stella alla fine del selciato.
«Non trovate che ci stia dando il benvenuto?» domandò Carlo, rivolgendosi al suo stretto consiglio che gli cavalcava poco dietro.
«Credo non sia l’unico» rispose Bernardo Tanucci, uomo di legge e d’intelletto, la cui presenza era stata appoggiata dal granduca di Toscana Gian Gastone De’Medici, il quale lo riteneva un valido aiuto per il futuro re.
«Lo spero!» esclamò Carlo, facendo procedere il suo stallone bianco a passo lento.
Il suo ingresso non doveva essere frettoloso e confusionario, i napoletani lo stavano aspettando ed egli voleva mostrarsi, già a un primo sguardo, un re cauto e rispettoso. A pochi metri dall’arco si fermò per studiarne la fattura, i bassorilievi che lo ornavano e le due torri che lo fiancheggiavano.
«Onore e Virtù» spiegò Antonio, indicandone prima una e poi l’altra.  Egli rimaneva il valletto, ma era pur sempre il suo primo amico e il duca aveva espresso il desiderio di averlo al suo fianco in quel momento.
Carlo annuì drizzando la schiena e sollevando il capo. Con fierezza posò lo sguardo oltre la accesso, esattamente dove scorse alcuni volti curiosi fare capolino sulla strada lastricata di pietra scura. Sorrise a quelle persone anche se non potevano vedere la sua espressione e chiese alle retrovie: «Siete pronti con le borse?»
«Sì, Vostra Grazia!» risposero alle sue spalle.
Egli non si volse neanche a guardarli, continuò a guardare avanti, proiettato su quella gente in attesa.
La mia gente! Pensò. Il brivido della consapevolezza gli percorse la schiena facendolo rabbrividire per un solo istante prima di ripartire.
Lo stallone bianco dalla criniera argentata avanzava a passo, proprio come il suo padrone gli aveva indicato. Con elegante grazia si faceva strada su quel pavé sconnesso, ma né lui né il cavaliere parevano accorgersene. Carlo sorrideva, salutando con la mano ognuno di loro, povero o ricco non aveva importanza, perché era il suo popolo. I cavalieri alle sue spalle gettavano monete, un regalo a quelle persone che avevano creduto alle sue promesse di indipendenza e che non voleva deludere.
Alcune grida festose si levarono in nome del nuovo sovrano, prima e dopo il lancio delle monete, e alcune, le più teatrali, paragonavano il viso di Sua Altezza Reale bello come quello della statua di San Gennaro. A capo del corteo, Carlo si fermò dinanzi alla cattedrale per ricevere la benedizione dal Cardinale Pignatelli per poi terminare il suo trionfo tra le mura del Palazzo Reale.

Estratto da Carlo e Maria Amalia un amore reale

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Spero che l’articolo ti sia piaciuto, se così fosse, non dimenticare di lasciare una faccina nei commenti, di condividerlo con chi può essere interessato/a.

Alla prossima!

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