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L’astuto Alberoni

Carissimo/a History Lover, buon momento!

Siccome sono in fase ricordo storico, ecco un piccolo ampliamento su uno dei personaggi più influenti nella prima metà del XVIII secolo, ecco un piccolo sunto su di lui. In realtà avevo già fatto un post (trovi qui).

«Giulio Alberoni, era figlio del giardiniere Giovanni e della cucitrice Laura Ferrari. Egli fu uno dei sei figli della coppia ed era destinato a lavori da bracciante. Dal momento in cui il padre morì, lavorò come bracciante per sostenere la famiglia e, con il passare del tempo, grazie alle amicizie giuste intraprese il cammino ecclesiastico.
Per onor di cronaca è bene precisare che la carriera ecclesiastica era permessa e facilmente scalabile per i nobili e i figli cadetti di famiglie benestanti, tuttavia, Giulio riuscì dove ad altri non era concesso. Grazie alle sue caratteristiche personali, ebbe una carriera fiorente, non solo nella Chiesa,(divenne persino Cardinale) ma anche come uomo politico. Iniziò il suo percorso come segretario del duca di Vendome (Francia), per poi diventare ambasciatore del Ducato di Parma e Piacenza in Spagna e Primo Ministro di Spagna a servizio di Filippo V e di Elisabetta Farnese.»

Di Lui si ricorda la grande capacità di affascinare gli interlocutori. Egli, infatti, era dotato di carisma e di un buon spirito di osservazione, che gli valsero i successi ottenuti in seguito.

Estratto da Filippo di Borbone: le ambizioni di Alberoni e Farnese

Elisabetta Farnese mosse alcuni passi nel salottino privato con il chiaro intento di rilassare i muscoli delle gambe e di schiarire i pensieri che le affollavano la mente. In quegli ultimi mesi il rapporto con il marito aveva subito un’ulteriore consolidamento, il che era di per sé una notizia incoraggiante o, perlomeno, lo sarebbe stata se non si fosse scontrata con il proprio malumore.
Appesantita da quella seconda gravidanza, infatti, la donna era spesso preda dello scontento e non riusciva proprio a comprendere come potesse reggere il suo animo focoso senza crollare esausta al suolo. A quella intima preoccupazione, dalle sue labbra morbide fuoriuscì un sospiro colmo di sconforto, che fu subito intercettato dall’abate Alberoni seduto in disparte.
D’istinto l’uomo sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo per puntarlo sulla donna ancora intenta a camminare lungo il perimetro della stanza.
«Maestà, c’è qualcosa che vi turba?» azzardò, richiudendo il volume e ponendolo sulle ginocchia.
«Pensavo al re.»
«A cosa di preciso? Se mi è lecito sapere.»
«Alla sua indole appassionata», confessò guardandolo dritto negli occhi, «non gli basta mai e io sono stanca e oltremodo incinta.»
«Vi avevo avvertita» replicò a suo agio, come se stessero parlando del clima e lui non fosse un uomo di chiesa.
«Sì, mi avevate avvisata e me ne sono anche accorta da me», precisò passando una mano sul ventre pieno, «tuttavia, la prima gravidanza non mi aveva appesantita e riuscivo a sopportare il suo impeto ma, ora, detesto ogni singolo istante.»
«Dovreste fare attenzione a quello che dite. Anche i muri hanno le orecchie.»
«Se è per questo hanno anche gli occhi» borbottò infastidita.
«Dovete solo portare pazienza.»
«Facile per voi, che da queste nozze avete acquisito solo vantaggi» s’intestardì furente.
«Non sono io la regina di Spagna, Maestà» le fece notare con voce pacata.
«No, siete il Primo Ministro» ribatté puntandogli addosso uno sguardo torbido, «è andata bene anche a voi.»
«Sì, ma sono solo un servitore della corona. Tutto quello che faccio lo faccio per i miei sovrani.»
«Cambiamo argomento», sbuffò Elisabetta con malagrazia prima di sedersi dinanzi a lui, «ditemi, come procede la ripresa delle finanze?»
«Abbastanza bene, Maestà» rispose con un accenno di sorriso. «L’idea del re di accentrare il potere su di sé togliendolo alle autonomie locali è stata opportuna e ha permesso di alleggerire le pratiche per la gestione economica del regno e di abolire i dazi doganali interni» rispose utilizzando un tono serio ed eloquente.
«Dunque, qualche idea valida ce l’ha anche lui» ironizzò incrociando le dita sul ventre.
«Non siate ostica con Sua Maestà, egli ha fatto anche delle opere giuste.»
«Molte delle quali erano volute dai suoi consiglieri» rise beffarda, con un’animosità che non aveva mai mostrato prima.
«Siete arrabbiata con lui» comprese il Primo Ministro, corrugando la fronte e guardandola negli occhi.
«Non è vero.»
«Mentire a me è come mentire a Dio» le ricordò con un ammonimento benevolo.
«E va bene, lo sono» confessò con cipiglio.
«Posso saperne la ragione?» s’interessò l’abate con gentilezza. Il suo compito era gestire gli affari del regno e, primo fra tutti, era quello di mantenere stabile il rapporto tra i sovrani. Se Elisabetta avesse perso l’ascendente sul consorte, avrebbero perduto ogni agio di manovra e non potevano permetterselo.«Mi è stato riferito che continua a far visita ai figli di primo letto.»
«Non potete vietarglielo, Maestà, è un suo diritto.»
«Lo so», sospirò Elisabetta con fare teatrale, «ma mi aveva garantito che non l’avrebbe più fatto. Che avrebbe seguito la prassi di Francia.»
«Perdonatemi ma non comprendo. Siete indisposta perché vi ha mentito?» volle sapere, visibilmente confuso.«No, sono arrabbiata perché per i miei figli non c’è nulla. Mi spiegate a cosa serve mettere al mondo dei bambini sani e forti, se poi sono costretti a vivere da eterni secondi?»
«Il vostro dovere di moglie non ha nulla a che vedere con il lascito che gli darete.»
«Quale lascito? Sono Infanti di Spagna destinati alla vita ecclesiastica o militare, lo sapete bene.»
«Quello che so, Maestà, è che è troppo presto per parlarne.»
«Forse è presto per voi, ma per me è di vitale importanza. Non accetto che per i miei figli non ci sia nulla. Il mio Carlo, al momento è quarto in linea di successione e può solo peggiorare. Per non parlare di questa nuova creatura.»
L’abate si massaggiò la fronte con entrambe le mani prima di farle scivolare sulle guance morbide e un po’ cadenti. Prese fiato un paio di volte, il tempo necessario per riordinare i pensieri e poi disse sottovoce: «E se trovassimo un regno per l’Infante?»
«Di cosa state parlando?» domandò la regina costernata.
«Non lo so di preciso, Maestà», spiegò rimanendo sul vago, «ma vi prometto che troverò una soluzione al vostro problema.»
«Me lo promettere?» rincarò per sicurezza.
«Sì, mia regina. Vi giuro dinanzi a Dio, che farò tutto ciò che è in mio potere per far tornare la Spagna il grande impero che è stato e di dare alla vostra progenie un territorio da governare» garantì con sincero trasporto e, quelle parole, segnarono il cuore della regina di somma e delicata speranza.

Se l’articolo ti è piaciuto non dimenticare di condividerlo con le persone interessate. Alla prossima!

1 commento »

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