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Cuore vichingo: capitolo 43

Camminando verso Staraja Ladoga

Il cielo terso e luminoso del giorno aveva lasciato il posto a uno scuro e puntellato di stelle. Nonostante l’ora tarda e la naturale stanchezza per il cammino intrapreso, il drappello partito da Birka e sceso sulle coste orientali non aveva alcuna intenzione di trovare riposo. I membri della spedizione se ne stavano seduti intorno al fuoco con gli occhi puntati alla fiamma e la mente indirizzata alle persone che si erano lasciate indietro.
“Forse non lo troveremo mai”, mormorò Kadlin stringendo il figlio tra le braccia, “e io sono partita invece di rimanere al suo fianco.”
“Alrik non ti voleva lì”, parlò il capitano con sicurezza, “lo sai che per lui prima di ogni cosa ci sei tu e i bambini.”
“Per me c’è lui, Erik, e non sono tranquilla. Siamo partiti da troppo tempo e abbiamo navigato a vuoto per tanto. Ho paura che quando troveremo Galdfar, se lo troveremo, sarà troppo tardi.”
“Da quando la coraggiosa Kadlin ha paura?” tentò di fare ironia, ma la donna lo guardò con sincero smarrimento.
“Da quando sono moglie e madre” confessò con naturalezza, e quelle parole vibrarono nell’aria raggiungendo la giovane Maya e destabilizzandola.
“Troveremo l’insediamento di Galdfar”, riprese il guerriero con convinzione, “ora sappiamo che si è spinto verso oriente e che si è stanziato nelle vicinanze del lago Ladoga, non c’è motivo per non trovarlo.”
“Lo avevi già detto, eppure eccoci ancora in viaggio” contestò Kadlin, quasi fosse un lamento.
“Adesso dovresti riposare”, le suggerì il guerriero quando udì la voce incrinarsi e vide gli occhi di lei velarsi di lacrime, “domani dovremo camminare ancora.”
La donna annuì, trattenne il fiato, e si distese su una pelliccia con il volto alla fiamme e i due bambini stretti tra le braccia.
Fu solo a quel punto che l’uomo spostò lo sguardo in cerca della rossa, protagonista indiscussa dei suoi pensieri.
La vide allontanarsi dalla protezione dell’accampamento e d’istinto si alzò per raggiungerla.
Nel frattempo, anche altri due si erano allontanati dall’area di stazionamento, ed erano stati talmente silenziosi da passare inosservati.
“Allora, cosa volevi dirmi?” domandò Liut alla bionda che lo precedeva di alcuni passi. Gli dava le spalle ed era particolarmente taciturna da quando si erano spostati.
“Nulla” rispose volgendosi a guardarlo.
“Sei stata tu a chiedermi di venire con te” le fece notare con un’espressione di eloquente confusione.
“Lo so”, ammise stringendo il labbro inferiore tra i denti, “è solo che…”
“Solo che, cosa?” ripeté realmente smarrito. “Helka, cosa succede?”
“Dovresti dirmelo tu” ribatté d’impulso, prima di cominciare a torturarsi le dita con un movimento ansioso.
“Ascolta”, espirò a lungo per non cedere a una collera sterile nata solo dall’eccessiva stanchezza, e riprese, “per favore, dimmi cosa ti passa per la testa così possiamo andare a dormire.”
“Lo vedi? Sei cambiato. Quando ti parlo bofonchi sempre, sei arrabbiato con me.”
“Sono preoccupato per Alrik e forse sono stanco, ma non ho nulla contro di te.”
“No si direbbe”, replicò iniziando a trovare la voce, “mi rivolgi la parola di rado.”
“Questo viaggio non è il frutto di un capriccio, Helka. È normale che sia teso o scostante. Ma che ti prende?”
“Lo sei con me. Sei scostante con me, con Seren sembri molto loquace” reagì mostrando il vero problema e scatenando una reazione inattesa.
“Seren? Cosa centra lei?”
“Nulla. Non dovrebbe interessarti, eppure, passi il tempo ad assisterla per ogni sciocchezza. Mi aspetto di vederti imboccarla da un momento all’altro e poi sì, che le hai fatto proprio tutto” ruggì incrociando le braccia al petto e sorprendendosi per le sue stesse parole.
“Sono una persona gentile, lo sai”, rispose accennando un sorriso, “lo faccio anche con Maya e non ti sei mai lamentata.”
“Maya è mia amica.”
“Seren non è tua amica?” domandò avvicinandosi di poco.
“Lo è, ma non è Maya. E comunque non stiamo parlando di questo.”
“E di cosa?” si avvicinò ancora.
Helka tornò a mordere il labbro inferiore con un lieve impaccio, che si mescolava abilmente con una piacevole agitazione.
“Vuoi che sia villano con lei?”
“No.” chiarì con decisione. “Voglio che tu sia gentile con me”, ammise, “mi manca passare del tempo con te” sussurrò piano e abbassò lo sguardo per l’imbarazzo.
“Dovevi solo dirlo, Helka”, la rassicurò con dolcezza, “lo sai che io non desidero altro che stare con te” confessò sollevandole il mento per guardarla negli occhi, e quell’istante parve rimanere sospeso nel tempo, perché quella vicinanza li stava turbando e deliziando fin nell’intimo.
Spinta dal desiderio che ormai non si preoccupava di celare, la giovane allungò una mano sulla guancia dell’uomo per carezzarla, mentre gli occhi rimanevano incatenati a quelli di lui.
“Avrei dovuto sposarti quando ne ho avuto l’occasione”, mormorò roco, ugualmente avvinto dal momento, “adesso potrei dimostrarti quanto sarei gentile con la mia donna” concluse con un sorriso allusivo.
Le vide spuntare sul volto dai lineamenti delicati un’espressione calda e avvolgente, che insieme alle parole fu capace di infiammargli il cuore e i lombi. “Mi piacerebbe averne una dimostrazione” sussurrò facendo scivolare la mano dalla guancia al petto con un’unica carezza. “Sono molto curiosa” precisò posando anche l’altra mano sul torace del guerriero.
“È un invito pericoloso”, replicò portandosi a un respiro da lei, “perché potrei persino cedere e farti mia” dichiarò con voce bassa, mentre lasciava scivolare le mani sui di lei fianchi per attirarla a sé.
Al contatto con quel corpo solido, il cuore di lei schizzò nel petto con un’intensità tale da stordirla. Sentiva il suo respiro sfiorarle la bocca, il suo profumo inebriarle i sensi e il suo tocco incendiarle l’anima e non poté evitare di chiedersi chiese dove avesse imparato. Lo aveva sempre ignorato come uomo, invece, si stava rivelando più uomo di chiunque altro.
Lentamente, quasi volesse assaporare ogni respiro mozzato dall’attesa, Liut scese sulla bocca invitante di lei, assaporandola come non era mai successo. Si prese tutto il tempo necessario per ghermirla e istigarla alla resa. E fu così che Helka schiuse le labbra per dargli libero accesso. Le loro lingue si fusero in una danza tribale dal ritmo incalzante, dove non c’era pausa per le note basse.
Helka gli cinse il collo e si aggrappò a lui, desiderosa di sentire quel corpo vigoroso premere contro il suo. Un bisogno primitivo che non esigeva definizioni, ma che doveva solo essere estinta.
Le mani di entrambi avevano iniziato a muoversi seguendo solo l’istinto, scivolando sotto i tessuti e raggiungendo luoghi intimi che però non desideravano altro che essere scoperti.
“Liut” ansimò la giovane nella sua bocca, sentendo le gambe cedere al languore, ma non poté aggiungere altro, perché una voce li gelò sul posto.
“Cosa sta succedendo?”

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