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La contessa sanguinaria

Carissimi history lovers, buon momento!

In occasione del quattrocentocinquantanovesimo anniversario della nascita di un personaggino tanto particolare, ecco un piccolo sunto con annesso raccontino.
Buona lettura! 

«Erzsébet Báthory, meglio conosciuta come la Contessa Sanguinaria o la Contessa Dracula, nacque a Nyírbátor il 7 agosto del 1560 e morì a Csejte il 21 agosto del 1614. Figlia di  George VI di Ungheria e di Anna Báthory, Erzsébet fu contessa per matrimonio. Ebbe un’infanzia contorta a causa dei suoi consanguinei i quali, mostravano evidenti segni di schizofrenia e atti di sadismo a cui la bambina fu spesso testimone e, ai quali, forse, si deve parte delle sue inclinazioni sanguinarie avvenute durante l’età adulta. Per merito di un volere superiore sposò Francesco Nádasdy di Nádasd, con il quale condivise la perversione e il sadismo a danno della servitù. Fu una moglie particolare, la quale parlava di amore nei confronti del consorte pur tradendolo. La coppia ebbe quattro figli.»

Immagine presa dal web

#Curiosità
Di questa donna si ricorda la perversione e il sadismo, tanto è vero, che è famosa per essere stata una delle assassine più prolifiche della storia, si parla di circa 300 vittime.

L’appellativo Contessa Sanguinaria sembra provenire proprio da questa sua attitudine all’omicidio.

Si racconta che prediligesse far uccidere le giovani vergini il cui sangue era necessario per mantenerla giovane e piacente.

Alcuni dicono che il sangue delle vittime lo utilizzasse per farsi il bagno (altro che latte d’asina!) altri, suppongono che lo bevesse anche.

Sussurri del tempo, raccontano che la contessa partecipasse alle orge organizzate dalla zia (quando il marito non c’era) e che praticasse la magia nera.

Insomma, era una donnina a modo. Ora, raccontino.

*****

Osservo il mio riflesso su questa superficie specchiante e non posso evitare di paragonarlo con quello della giovane sposa quindicenne, che giunse qua a Sárvár, solo dieci anni or sono. Invéro, la mia figura ora è assai più gradevole e femminile, eppure, non riesco a esserne soddisfatta appieno.
La vedo l’unicità dei miei occhi scuri, grandi e ombreggiati da folte ciglia, che ne intensificano lo sguardo rendendolo incantatore. Come la pienezza della bocca, sempre modellata con un mezzo sorriso provocante, che ne mostra le silenti intenzioni causando subbuglio. Ogni singola parte di me, anche la più nascosta, è un’esplosione di vanesia mescolata all’alterigia.
Sei deliziosamente complicata! Sussurra il mio amato nei momenti d’intimo abbandono e, ogni volta, scorgo la potenza nelle sue parole.
«Mia Signora, il tiro è pronto, come da vostro ordine» m’informa il mio servo, nano, a capo chino e con voce neutra.
«Bene» dichiaro alzandomi. E lascio il tempo alle mie due giovani serve di lisciare la gonna in velluto verde e perfezionare l’intreccio dei lacci.
Devo essere impeccabile. Sono una donna che non accetta gli errori e ben che meno li perdona.  Sono esigente. Sempre.
Esco dal mio castello con la consueta eleganza, lasciandomi alle spalle il solito timore misto al sollievo che causa la mia partenza. Intendetemi, non sono una despota, almeno credo, ciò nonostante, preferisco terrorizzare che rasserenare. Sono fatta così.
Il viaggio in carrozza è comodo, silenzioso e mi consente di riflettere sulle mie reali intenzioni. Ho accettato l’invito della mia adorata zia Karla, perché apprezzo il suo essere donna in modo insolito e audace. È noto a tutti, cosa cela dietro i muri spessi della di lei residenza. Ne parlano in molti con tanto di ripugnanza e ostentata commiserazione, ma ella vive oltre i limiti senza vergogna, come la maggior parte dei miei consanguinei del resto, dunque, perché dovrei sconvolgermene.
Quando il tiro si ferma e scendo dalla vettura, mi accorgo che è già calata la sera e con essa il manto oscuro capace di occultare i segreti in modo falsamente totale.
Traggo un profondo respiro di preparazione, inspirando l’odore pungente di sterco e terra bagnata. Muovo i miei passi senza fretta, anzi, invéro sono lenti ma misurati. In modo da rendere evidente ai più, che non ho alcun desiderio o timore di entrare, bensì, ho solo un’eccessiva padronanza di me stessa.
Mi sento sicura, e il merito non è da attribuire all’ampio mantello scuro che mi avvolge il corpo e copre il capo, la fiducia nasce da me e dalle mie doti.
L’ingresso nell’ampio salone è, come accade sempre in serate di tale natura, privo di annuncio. Così m’intrufolo nell’ambiente avvolto nella penombra e odorante di cera, incenso e cibi vari, senza fare caso a chi mi presta attenzione e ancor meno a chi m’ignora, perché troppo impegnato nelle sue dissolute perversioni.
Decisa a raggiungere la padrona di casa, messa bene in mostra sul fondo della stanza, faccio scivolare dalle spalle il mantello, senza neanche controllare che qualcuno lo raccolga, mentre avanzo nel sentiero creato tra questi corpi avvinti e madidi. Mi siedo al di lei fianco.
«Sei venuta!» esclama con falsa sorpresa. Mi conosce. Sa bene, che quando mio marito è lontano sono libera di fare qualunque cosa mi aggradi, anche se, molte delle mie follie le facciamo insieme. Abbiamo le medesime inclinazioni io e lui.
«Ne dubitavate?» rispondo con un accenno di sorriso.
«Ovviamente no» replica facendosi aria al vestito, il quale, altro non è, che una camiciola trasparente indossata senza costrizioni. «Vi avevo detto che ci sarebbe stata una persona per voi questa sera ed ella è venuta, proprio per conoscervi.»
«Dunque, dove si trova la vostra esperta?» domando, mostrando una punta di scetticismo e celando l’immane curiosità che mi alberga dentro.
La vedo sollevare un braccio alla volta senza proferire parola.
Il tempo di un paio di battiti di ciglia e davanti a me si prostra una donna dai capelli chiari e gli occhi del medesimo colore. Ha gli zigomi pronunciati, il naso adunco e un’espressione gradevolmente inquietante. Di quelle che hanno il potere di far cessare il respiro e accelerare il cuore. Dura solo un istante, ma è molto più di quanto mi sia capitato ultimamente.
«Dorothea Szentes, per servirvi.»
«Mi è stato detto che sei una conoscitrice della magia nera, è vero?»
La vedo annuire con un sorriso pago.
«Dunque, cosa puoi fare con la tua magia?»
«Qualunque cosa, mia Signora, purché sia fatta con cognizione» risponde avvicinandosi di un passo per evitare di dover alzare troppo la voce.
Mia zia scompare nella confusione lasciandoci sole ed io, approfitto dell’abbandono per porgerle il quesito che più mi sta a cuore.
«Anche farmi rimanere giovane?»
«Qualunque cosa» reitera serafica, come se stessimo parlando del clima o di una lettura avvincente.
«Mostrami come» ordino.
«Adesso, mia Signora?»
«Ti vedo insicura, Dorothea, sei ancora certa di quello che asserisci?» la incalzo con decisione. Semmai dovessi intendere che mi sta mentendo, sarei costretta a ucciderla, senza ripensamenti.
«Lo sono», conferma, «solo che la pratica richiede una giovane integra.»
«Dimmi cosa devo fare» le ordino ancora, decisa più che mai a ottenere il risultato anelato. La strega mi parla, rivelandomi il segreto dell’eterna bellezza, ed io non resisto all’impulso di provare la veridicità delle sue parole.
Senza bere neanche un sorso di vino ed evitando di indugiare in qualche atto di famelica passione, dove a dominare, è solo l’istinto, mi alzo per ritornare al castello e mettere in pratica l’insegnamento.
Come d’incanto il mantello torna sulle mie spalle e, altrettanto in fretta, mi ritrovo sul sentiero di casa.
Il mio rientro inatteso, scaglia la servitù nel panico, perché è totalmente impreparata alla mia presenza e, l’incomprensibile inoperosità che vedo, m’indispettisce a tal punto, da farmi dimenticare il mio intento per impartire una punizione esemplare.
La rabbia che ora mi ha invaso divampa come un fuoco ed esige di essere spenta solo con l’assegnazione di un castigo adatto.
Soddisfatta per l’idea punitiva che ho trovato, seguo il corteo improvvisato fino al giardino e non perdermi lo spettacolo. Osservo con dovizia di particolari le giovani serve mentre si spogliano dalle loro vesti al suono di singulti e suppliche e sono bagnate con acqua gelida. Le loro urla di dolore e terrore s’innalzano verso il cielo e mi gonfiano il petto di soddisfazione.
«Vi prego, mia Signora, moriremo!» supplica una ragazzina stringendosi il corpo con le braccia ossute, ma la sua implorazione non fa altro che allietarmi.
Resto in silenzio ad ascoltare il suono delle loro lamentose proteste, che forma quasi un’armoniosa melodia, perché per me la sofferenza altrui è questo: un gratificante piacere.

*****

Spero che l’articolo ti sia piaciuto e che ti sia stato utile, se così fosse non dimenticare di lasciare una faccina nei commenti e di condividerlo con chi potrebbe trovarlo interessante.
Alla prossima!

4 Comments »

  1. Bello il tuo breve racconto! La «contessa sanguinaria» è diventata protagonista di diversi film e romanzi, nonché di fumetti…qualche anno fa comparve sulle pagine di «Dampyr», un fumetto targato Bonelli.

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