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Istantanea n.194-195-196

Buon inizio settimana!

[194]

Dresda, febbraio 1765

Mia adorata,
so che non dovrei scrivervi ma mi mancate, terribilmente. Ho tentato di andare avanti senza di voi, cercando di indirizzare i miei pensieri sulla famiglia e sui doveri, ma è oltremodo sfiancante muoversi contro corrente. Agire contro il mio volere mi sta sfibrando e non riesco neanche a essere utile a mio nipote. Tornate a corte. Tornate da me.
Torna da me, Chiara. Ho bisogno di vederti. Ho…
Francesco Saverio si fermò di scatto, innervosito dalla propria arrendevolezza. Stava cedendo ai suoi desideri non pensando a come quella familiarità avrebbe messo in cattiva luce la sua amata. Stizzito, afferrò la carta e la lanciò nella fiamma del camino senza ripensamenti.
Doveva starle lontano e doveva farlo per lei.

*****

[195]

Fermo,ultimi giorni di febbraio 1765

Chiara era seduta dinanzi al camino, silenziosa, e con la mente lontana quando il suo cuore.
La madre, poco distante, la osservava con evidente preoccupazione. Conosceva abbastanza bene sua figlia da sapere che quell’espressione era l’esternazione di un dolore profondo, di una insofferenza che non avrebbe mai voluto farle provare.
«Chiara» la chiamò quando furono nuovamente sole.
«Sì, madre.»
«Perché non vieni con me in giardino, oggi, l’aria fresca ti aiuterà a distogliere la mente da tetri pensieri.»
«Non desidero distrarmi», ammise con voce calma, «non voglio dimenticare.»
«Non sarà una passeggiata a cancellare il ricordo che tanto di addolora.»
«Oh, madre, non è il ricordo a recarmi dolore. È l’assenza di una parola di conforto a logorarmi. Da quando sono partita non mi ha mai scritta, cosa dovrei pensare?»
«Che sia andato avanti» rispose la donna con sincerità.
«Dunque lo credete anche voi?» s’imbrunì in volto. Quel silenzio prolungato l’aveva portata alla medesima considerazione. Francesco Saverio l’aveva dimenticata e, a lei, non restava altro che l’onta e la delusione.

*****

[196]

Fermo, ultimi giorni di febbraio 1765

La dama italiana stava seguendo il consiglio materno e, nonostante il clima non fosse dei migliori, stava passeggiando nel giardino spoglio di famiglia.
I passi si muovevano lenti sul selciato quanto il battito del cuore nel suo petto. Anche la naturalezza del respirare era diventato per lei estraneo e difficile.
«Perché mi hai dimenticata?» chiese sottovoce, ma il vento trasportò quelle parole facendole diventare un suono assordante.
«Non avrei potuto neanche volendolo.»
La risposta le animò il cuore e si volse a guardare l’inatteso visitatore. Egli era dinanzi a lei, bello ed elegante come solo lui sapeva essere e non poté evitare alle labbra di sorridere.
«Francesco, cosa ci fai qui?» domandò con familiarità, avanzando verso di lui come se il suo corpo non desiderasse altro che percepire quello di lui. Invéro era così.

«Sono venuto a prenderti per riportarti a casa.»

*****

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