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Invidia: capitolo 7

Buona lettura! Fatemi sapere cosa ne pensate del loro primo incontro e tenetevi pronti per entrare nel gioco. 🙂

In viaggio, 30 ottobre 1738
La carrozza messa a disposizione dal duca di Saben per il viaggio della tormentata futura informatrice, avanzava sulla strada principale con un’andatura costante, sobbalzando di rado e sbandando, solo quando il fondo non consentiva diversamente.
La signorina Lehen, nel mentre, guardava in modo superficiale il paesaggio che scorreva davanti ai suoi occhi, perché non aveva niente d’interessante o, perlomeno, nulla che fosse abbastanza bello da tentare la di lei mente che, invece, godeva nel torturarsi con orribili pensieri, primo fra tutti, la prematura morte della sorella minore Elisabeth. Era caduta da cavallo il giorno prima dell’organizzata partenza in agosto, sconvolgendo ovviamente i piani e le vite di tutti. Un incidente assurdo, che aveva lasciato ogni componente senza parole e con un enorme vuoto nel petto. Nonostante la redarguisse di consueto, non poteva ignorare quanto la di lei scomparsa fosse stata ingiusta e crudele. Erano passati già due mesi, ma il senso di sopraffazione non l’aveva ancora abbandonata.
Il fiume di riflessioni fu interrotto dalla voce acuta del cocchiere. «Siamo arrivati!»
Non si era neanche accorta che la carrozza si fosse fermata.
A quel punto, si sporse dallo sportello dubbiosa. «Siamo già a Napoli?» inquisì, palesando tutto il proprio scetticismo. Non era di certo una passeggera esperta, ma era sicura che quei pochi giorni di viaggio in carrozza non fossero sufficienti per giungere a destinazione, quindi, non poté evitare di chiedersi dov’è che fossero arrivati.
Il pensiero che il duca si fosse offerto di farla accompagnare solo per poi farla abbandonare a metà strada prese il sopravvento sul raziocinio e, nell’attesa della risposta, temette per la propria persona e per quella dell’innocente cameriera.
«Siamo a Pisa, Signorina», rispose il vetturino, mentre un valletto scaricava il baule per consegnarlo a un altro uomo, «da qui proseguirete in nave.»
«Non avevate l’ordine di accompagnarmi a Napoli?» domandò sulla difensiva.
«No, Signorina, i miei ordini erano esattamente questi», rispose serafico, «pertanto, se mi fate la cortesia di scendere, vi consegno i documenti di viaggio.»
Mary Katrin provò un lieve senso di smarrimento che subito rilegò in un angolo del proprio animo. Non avrebbe perso il contegno davanti a dei servitori.
Annuì all’indirizzo della cameriera, che per tutto il tempo era rimasta rigida e silenziosa, attese che scendesse e poi la seguì senza tentennamenti.
Alcune ore dopo era in mare aperto, con il vento salmastro tra i capelli e il tiepido sole a sfiorarle le guancia pallide.
«Signorina, perdonate l’ardire, ma dovreste rientrare in cabina. I raggi del Sole, all’apice del giorno, sono capaci di rovinare la pelle» l’avvisò la cameriera, stando attenta a non infastidirla ulteriormente.
«Non credo proprio» replicò testarda, togliendosi persino il cappellino per rimanere in balia del clima e di quel vano senso di libertà che stava provando. Le piacque molto la sensazione di benessere che le procurò quella piccola ribellione e decise di non volerci rinunciare. Congedò la cameriera e, porgendo il viso al sole, si beò impunemente dei suoi raggi.
Quando la nave attraccò al porto di Napoli per far scendere i numerosi passeggeri, lo stomaco di Mary Katrin scricchiolò d’ansia, producendo acido amaro come il fiele.
«Non c’è nessuna vettura per voi» parlò la cameriera mordendosi il labbro inferiore con titubanza. Claudette era una donna di vent’anni priva di studio e di esperienze, la cui unica dote era stata quella di essere la più tollerata delle serve.
«Cercheremo una vettura pubblica», replicò in modo pratico, «non ho alcuna intenzione di rimanere in questo posto» specificò, facendo scorrere lo sguardo sulla banchina sporca e invasa dai passeggeri e dagli uomini di mare. Gli uni e gli altri si distinguevano come la notte e il giorno, i primi sorridenti e ben curati, gli altri, lerci e ubriachi.
«Come faremo con il baule?» inquisì la cameriera, producendo più problemi che soluzioni. «Non riesco a muoverlo da sola.»
Mary Katrin prese un lungo respiro prima di espirare sia l’aria sia l’irritazione, ovviamente, la seconda non si mosse di un ciglio dalla sua mente. Come fosse stata possibile una tale mancanza di garbo da parte della principessa di Belmonte non riusciva proprio a spiegarselo e per tale motivo, la stizza arrivò alle stelle.
Dopo aver scrutato l’area in cerca di un uomo di fatica, si decise. «Ti do una mano io. Andiamo.»
Si mossero a passi lenti, il peso era notevole anche se diviso e, quando giunse alle carrozze, ebbe un altro effluvio di bile.
«Non credo mi diano ascolto, Signorina» si giustificò la cameriera, prima di mordere l’interno della guancia con evidente imbarazzo.
«Mi spieghi quale sarebbe il tuo compito?» ruggì, esausta dal viaggio e dai vari contrattempi.
«Servirvi», mormorò la donna abbassando lo sguardo, «ma…»
«Lascia stare», la bloccò con voce secca, «resta qui, ci penso io.»
Quando giunse dai vetturini non trovò neanche una carrozza disponibile per lei e, l’idea di fuggire, si stava facendo strada molto più che facilmente.
Se la famiglia d’origine e quella patrizia a cui era destinata non avevano a cuore la di lei persona, perché preoccuparsi di mantenere fede a un impegno non suo.
«Non volevo neanche venirci in questo stramaledetto posto!» imprecò a denti stretti piroettando rapidamente su se stessa per raggiungere la cameriera ma, nel farlo, urtò contro qualcuno e vacillò all’indietro.
«State attenta!» le intimò un uomo in fluente spagnolo.
Per fortuna aveva studiato anche quella lingua e non ebbe alcun problema a comprenderlo e a rispondere.
«Siete voi a dover stare attento», reagì, tirando indietro la testa per guardarlo negli occhi, «vi siete fermato dietro di me per darmi incomodo.»
«Vi assicuro che siete l’ultimo dei miei pensieri» replicò deciso, ciò nonostante, si prese del tempo per studiarne i lineamenti del volto. Era stato troppo a lungo su una nave piena di uomini per non farlo e, già da un primo sguardo, comprese che la donna che gli stava dinanzi meritava ogni tipo d’attenzione. Il viso dai lineamenti decisi, tipici del nord, aveva zigomi pronunciati che ne delineavano lo sguardo. Gli occhi erano grandi, allungati e contornati da lunghe ciglia nere che facevano risaltare il loro azzurro cielo. D’istinto scese a guardarle le labbra morbide lievemente schiuse e deglutì a vuoto.
«Non è educato guardarmi in questo modo» ribatté rimanendo fissa nei di lui occhi. In tutta la sua vita non aveva mai conosciuto un uomo con occhi tanto neri e pelle tanto dorata.
«State facendo lo stesso» contrattaccò senza muovere un muscolo.
«Quanta insolenza!» insorse, sostenendo lo sguardo e sprofondando in quei pozzi neri, mentre affondava i denti nel labbro interno. Era vero, lo stava guardando impunemente e stava provando piacere nel farlo.
L’uomo sorrise appagato, constatando che l’esame a cui lo stava sottoponendo la donna era altrettanto attento.
«E toglietevi quel sorrisino compiaciuto dal viso» continuò diretta.
«Trovo piacevole il vostro sguardo. Pensate sia sbagliato?»
«Sì, lo è» rispose la donna e annuì per enfatizzarne il senso.
«Per quale ragione? Siamo adulti.»
«Non so quale idea vi siate fatto, signore, ma io sono una lady.»
«Una lady?» la derise.
«Dico sul serio» precisò, irritata dalla sua incredulità. Possibile che non si vedesse?
«E dov’è la vostra carrozza? E la servitù?» inquisì, ancora scettico.
«Ho solo una cameriera», borbottò indicando la donna accanto al baule, «e nessuna carrozza. Devo andare al Palazzo Reale.»
«Per quale ragione?»
«Siete invadente, lo sapete?»
«Siete in difficoltà, lo sapete?» replicò lievemente divertito, inoltre, se quella donna fosse stata davvero una lady, sarebbe stato bene per il suo obiettivo farle un favore.
«Sì, lo so», borbottò cupa, «ed è solo per questo motivo che vi rispondo. Sarò una delle dame della principessa di Belmonte. Ho necessità di raggiungere il palazzo prima dell’imbrunire.»
L’uomo affondò i denti nel labbro inferiore, continuando ad analizzarla e a riflettere. «Avete idea del rischio che avete corso?»
«In che senso?» replicò la donna corrugando la fronte, perplessa.
«Avete appena detto a uno sconosciuto che appartenete a una famiglia nobile. Potevate imbattervi in un farabutto.»
«L’ho fatto?»
«No», garantì, «non sono nobile, ma sono un uomo d’onore» spiegò facendo un passo indietro per togliersi il cappello e approntare una sorta d’inchino, «capitano Gabriel Cortez, della Onore» sorrise, indicando la galeotta alle sue spalle con un sorriso sincero e invitante, che ebbe il potere di affascinarla.
Fu lei a deglutire a vuoto in quel momento, ma si riprese in fretta.
«Mary Katrin Lehen» si presentò, rispondendo al sorriso e non potendolo evitare.
«Ho una carrozza, Mary Katrin, se lo desiderate posso farvi accompagnare.»
«Dovreste rivolgervi a me come si conviene, capitano Cortez» lo ammonì senza reale fastidio, stupendo perfino se stessa per tanta concessione.
«Sono un uomo d’onore, non un gentiluomo», chiarì senza preoccuparsene, «e, soccorrendovi, vi considererei un’amica. Alle mie amiche non concedo tanta deferenza» pronunciò con un sorrisino sulle labbra.
Invece di infuriarsi come era d’obbligo, si accodò al suo divertimento.
«E ditemi, avete tante amiche?»
«Non quante vorrei», rispose con un mezzo sorriso, «invéro, qui a Napoli non ne ho alcuna. Potreste essere la prima.»
Mary Katrin scoppiò a ridere, una risata leggera e calibrata che aveva il sapore della consapevolezza. «Siete scaltro e audace, capitano, ma dinanzi a voi non avete una giovinetta inesperta con la quale possano bastare poche frasi per farla cedere.»
«Secondo me lo siete già», replicò schietto, «ma la vostra posizione vi eleva, rendendovi superiore all’interesse per un uomo di mare.»
«Mi è sembrato di notare che anche voi foste interessato» sottolineò tranquilla, come se non fossero due sconosciuti e non stessero parlando in modo fin troppo sincero.
«Solo uno sciocco non noterebbe la vostra bellezza, Mary Katrin», sottolineò il nome quasi con sfida, «e io non sono uno sciocco.»
Rimasero in silenzio, occhi negli occhi, in una silente lotta di potere mentale fino all’inevitabile rinuncia da parte di uno di loro.
Fu lei a cedere per prima, era stanca e necessitava di un bagno caldo e di una lunga dormita.
«Potete davvero accompagnarmi?»
«Sì», confermò, «lo volete?»
«Sì, ve ne sarei grata» confermò, sperando di non aver sbagliato nel concedergli fiducia ma, in quel momento, la sua situazione era instabile a prescindere.
Il capitano annuì e si adoperò per far caricare il baule sulla carrozza, far salire le due donne e dare l’ordine al vetturino. Prima di lasciarla andare però, aggiunse: «Vi ricorderete di me quando avrò bisogno del vostro aiuto?»
«Non sono un uomo d’onore», replicò lei guardandolo dal finestrino con un sorriso furbo, «ma sono una donna rispettabile. Pago sempre i miei debiti.»
La carrozza partì sul suono di quelle parole al fine di condurla nella nuova dimora e alla sua nuova vita.

Alla prossima!

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