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Invidia: capitolo 9

Carissimi history lovers, buona lettura!

Napoli, 3 novembre 1738

Mary Katrin andò allo scrittoio presente nella sua nuova camera, si posizionò sulla sedia imbottita, prese la carta, il pennino e iniziò a scrivere con mano ferma:

Stimato padre,
vi scrivo solo ora perché solo adesso ne ho l’occasione. Il viaggio organizzato dal vostro nobile amico è stato manchevole in diverse occasioni e il mio destino è più che mai incerto. La principessa Pinelli non mi ha accolta come presunto, anzi, mi ha evitata facendomi accompagnare in una residenza fuori città, non so ancora dirvi dove e, da ore, sono in attesa di ricevere il benvenuto. Al momento ho solo incontrato la servitù e non vi è alcuno a cui chiedere quale sia la mia sorte. La corte è lontana e così i miei nuovi sovrani.
Tanto vi dovevo
Mary Katrin.”

Senza neanche prendersi il tempo di rileggere lo scritto, chiuse la lettera sigillandola e la porse alla cameriera.
«Fai in modo che parta adesso» ordinò consegnandola, prima di alzarsi e di andare alla finestra.
Il cielo, quel pomeriggio, mostrava le tipiche tonalità autunnali: un grigio arancionato che non aveva mai visto.
Cauta aprì le imposte per saggiare la temperatura, trovandola assai più mite di quella a cui era abituata.
Chissà cosa stanno facendo a casa? Pensò, con una nota marcata di malinconia. Non lo aveva creduto possibile, eppure, sentiva un’insana nostalgia dei suoi affetti e della dimora che l’aveva ospitata per così tanto tempo.
Si ritrovò a disquisire anche sulle sorti della duchessa, sua sorella, chiedendosi se fosse realmente felice o fingesse a beneficio della sorte che l’era capitata. Preda com’era di quelle riflessioni, non si accorse subito che vi era qualcuno nel giardino sottostante ma, quando lo notò, gli prestò tutta la propria attenzione.
Un giovane dai lunghi capelli corvini stava rientrando a palazzo. Dalla postura fiera era chiaro che fosse un nobile e la sicurezza con cui impartiva gli ordini al valletto, gli conferiva un’aurea di potere. Senza indugio la donna chiuse le imposte e scese da basso, percorrendo rapida i corridoi e le scale fino a raggiungere l’esterno. In verità era giunta a palazzo il giorno precedente, quindi, aveva avuto modo di imparare almeno la strada per uscire all’aria aperta.
Odiava stare rinchiusa e per lei quella era stata una priorità. Persino più dello scrivere al padre per informarlo del proprio arrivo.
Quando uscì in giardino, priva di mantello, fu colpita da una raffica di vento che le fece turbinare sia gli abiti sia i capelli, ma non se ne curò, e proseguì per la sua strada al fine di raggiungere il giovane.
Non appena la vide, il ragazzo bloccò il passo per scrutarla con attenzione prima di chiedere al valletto: «Gennaro, chi è?»
«La signorina Lehen, Marchese. Viene da Vienna.»
«Per quale ragione c’è un’austriaca in casa mia?» domandò irrigidendo la mascella. «Non bastano le sciocchezze perpetrate da mio padre, ora devo anche commetterle io?»
Il servitore si strinse nelle spalle non sapendo cosa rispondere.
La donna si fermò poco dopo dinanzi a loro e attese che il valletto facesse le dovute presentazioni.
«Mio signore, vi presento la signorina Lehen» si adoperò all’istante, «signorina Lehen, vi presento il mio signore, Antonio Pignatelli, marchese di Galatone.»
«Sono lieta di fare la vostra conoscenza, Marchese» sciorinò con una compita riverenza. Nonostante ella fosse molto più grande, egli era un nobile di rango elevato e pertanto non poteva esimersi dall’ossequiarlo.
«Temo di non poter dire altrettanto» la raggelò senza la benché minima cortesia.
Mary Katrin fece per ribattere, ma la sorpresa era stata talmente tanta, che le si erano gelate le parole in gola. In tutta la sua vita nessuno l’aveva mai trattata con così poche buone maniere.
«Perdonate se ho l’ardire di chiedervi, Marchese, per quale ragione mi accogliete con così poco garbo.»
«Non vi ho invitata io, signorina, dunque, non vedo la ragione per accogliervi come si conviene.»
«Non sono certo un’intrusa», replicò indignata, ritrovando il consueto piglio battagliero, «è stata la principessa Pinelli a farmi condurre qui senza due righe d’accompagnamento e, se è vero che la mela non cade lontana dall’albero, per modi e gentilezza voi dovete esserne il primogenito.»
«Siete indisponente!»
«Mi hanno detto di peggio, signore» replicò sostenendo lo sguardo e mantenendo il distacco nel tono. Quand’anche si fossero offesi e l’avessero rispedita indietro, lei non avrebbe potuto fare altro che gioire, quindi, non aveva alcuna intenzione di sottomettersi a un bambino dispotico e capriccioso.
«Siete la nuova dama di mia sorella?» la interrogò cambiando discorso, colpito dal modo di porsi della donna.
«Non ne ho idea», ammise con un sospiro, «i miei adorati genitori mi hanno spedita per servire Sua Altezza a corte ma, a quanto pare, ella non ha necessità dei miei servigi.»
«Vi rendete conto che vi state riferendo ai vostri genitori e alla mia nobile madre con marcata e irriverente ironia?»
«Ne sono consapevole, ahimè, ma certe reazioni sono involontarie.»
«Siete una donna bizzarra!» asserì divertito. «Davvero, bizzarra!»
«Immagino non sia un complimento» suppose ammorbidendo il tono.
«Invéro, lo è. Apprezzo le persone che mostrano sicurezza, anche se la vostra, rasenta più la sfrontatezza.»
«Avete ragione, Marchese, tendo a infastidirmi con facilità e sono incline a dire ciò che penso.»
«A questo punto dovreste dire che ve ne dispiace» sorrise, consapevole che quella donna non fosse capace di seguire i dettami della società. Lo aveva capito all’istante. Tipico atteggiamento Austriaco, pensò poi, irrigidendo la mascella.
«Ve lo direi se pensassi che questo basterebbe a diminuire il vostro incomodo, ma è chiaro che la mia presenza vi infastidisca, almeno in parte, e pertanto non mutilerò il mio essere per farvi piacere.»
«Non ce l’ho con voi, ma con la vostra gente.»
«Per gente a chi vi riferite, mio signore?»
«Siete austriaca.»
«Sì, lo sono» confermò, anche se quella di lui non era stata una domanda.
«Sapete che mio padre è in esilio nella vostra terra? Egli è stato comandante delle truppe austriache ai tempi dell’arrivo del Borbone. È stato un nemico del Re, non posso darvi ospitalità.»
«Perdonate se vi contraddico ancora, Marchese, ma la regina è in parte asburgica eppure, nessuno teme in una sua rivalsa. Con le loro nozze, sono stati uniti simbolicamente i regni, quindi, non vi è motivo di temermi. Sono solo una donna, spedita a miglia di distanza, senza null’altro che la mia mente e l’ospitalità che voi e la vostra regale madre vorrete offrirmi. Se mi rifiuterete, non avrò posto alla tavola di mio padre perché ho fallito e, il mio futuro, sarà infausto come la mia persona» si obbligò a dire perché, nonostante quella vita non l’allettasse, dopo aver riflettuto, convenne che anche tornare a casa non era una buona idea.
«D’accordo» acconsentì il giovane rafforzando il concetto con un movimento del capo. «Ricordatevi solo, che se dovessi accorgermi di un vostro comportamento inadeguato vi rimanderò indietro senza un’ulteriore parola. Ora seguitemi, vi presenterò mia sorella Giustiniana» concluse e, precedendola di un passo, la condusse all’interno del palazzo dalla sua nuova padrona.

Alla prossima!

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