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Invidia: capitolo 11

Carissimi, History lovers, buona lettura!

Regno di Napoli, 20 novembre 1738
La fiamma presente all’interno del camino bordato di marmo e pietre, nel salottino privato della giovane Pignatelli, scaldava l’ambiente con dovizia, mentre il suo sfrigolio si inframezzava ai respiri mozzati della padrona.
«Non sono capace!» imprecò la bambina battendo, in modo infantile, un piede sul tappeto. «Mi avete sentita?» insisté, rivolgendosi con irritazione alla dama.
Mary Katrin sospirò, sollevò lo sguardo dal libricino che aveva in mano e la guardò seria. «Vi ho sentita, Giustiniana, anzi, credo che vi abbia sentito persino il Marchese dalle sue stanze.»
«Evitate di nominarlo», sbuffò, avvicinandosi e puntandole contro un dito minaccioso, «credete che non sappia delle vostre fughe in camera sua?»
«Fingerò di non aver udito» espirò chiudendo il libricino. Quella insinuazione le aveva fatto passare la voglia di leggere.
«Potrete fingere all’infinito, Katrin», l’attaccò la bambina con sdegno, «ciò non toglie, che quando dirò a mia madre delle vostre azioni inopportune, vi spedirà da dove siete venuta.»
L’austriaca rise.
«Lo trovate divertente?» si irrigidì la bambina, nove anni compiuti da poco.
«L’impegno che mostrate per mettermi in cattiva luce è ammirevole, Giustiniana, ma se lo utilizzaste per apprendere ciò che ho da insegnarvi, ci eviteremmo tutte queste perdite di tempo.»
«Io. Non. Vi. Voglio. Qui» precisò la piccola stringendo i pugni lungo i fianchi.
«E io non vorrei esserci», ribatté senza perdersi d’animo, «ciò nonostante, dobbiamo entrambe sottostare ai desideri dei nostri genitori.»
La bambina sbuffò con malagrazia prima di piroettare su se stessa e correre alla porta. «La lezione è finita», chiarì con comando e, rapida, si dileguò oltre la soglia di camera sua.
In risposta a quel atteggiamento scostante e irriverente, Mary Katrin sorrise divertita, si alzò, e andò nella propria stanza.
La giornata oramai si poteva dire conclusa, o quasi.
Poco tempo dopo, infatti, la dama sentì bussare sulla porta a doppio battente color ocra.
«Chi è?» chiese con finta sorpresa. In realtà sapeva benissimo chi fosse il visitatore.
«Aprite» fu il comando bisbigliato da oltre il legno.
«Cosa ci fate qui?» interrogò il Marchese, non appena ebbe schiuso la porta.
«Vi aspettavo per la lezione» le rispose entrando nella camera senza invito. «Perché non siete venuta?»
«Vostra sorella minaccia di dirlo a vostra madre.»
«Vi preoccupano le parole di una bambina?» ironizzò con un sopracciglio alzato. «Non vi facevo tanto pavida.»
«Non sono pavida.»
«Allora fate ciò che vi ho chiesto.»
«Non è questo il mio compito» chiarì con decisione. Aveva una questione in sospeso che non le permetteva di dormire bene e voleva risolverla al più presto.
«State facendo i capricci al pari di mia sorella» ridicolizzò il Marchese, mentre prendeva posto su una poltrona dinanzi al camino.
«Fate pure come se fosse camera vostra.»
«È camera mia» replicò deciso, affondando nello sguardo della donna con sfida. «Tutto ciò che qui, è mio.»
«Non tutto» lo fronteggiò con tono altrettanto irriverente. Se il giovane marchese di Galatone voleva fare il gradasso, lei non glielo avrebbe certo reso facile.
Il ragazzo illuminò il viso imberbe con un sorrisino bieco. «Volete sfidarmi?»
«No, ma non sono tenuta a servirvi come volete» mantenne il punto.
«Siete particolarmente polemica, questa sera» espirò il Marchese passando le mani tra i capelli, «ditemi, qual è il problema?»
«Ve l’ho detto, non sono tenuta a sottostare alle vostre richieste. Non è per quello che sono qui.»
«Cosa volete in cambio delle lezioni?»
«Voglio andare a corte» ribatté senza esitazioni. Finalmente poteva avanzare delle richieste.
«Non è possibile.»
«Siete il figlio della principessa di Belmonte, dovrete pur avere un qualche diritto.»
«Non ne ho. Sono solo un marchese» il ragazzo tornò a passarsi la mano tra i capelli.
«Si dice che il nuovo re sia poco affezionato all’etichetta» constatò la dama, ben decisa ad ottenere ciò che voleva.
«Quand’anche lo sia, esiste il resto della corte.»
«Ma a noi interessa il re.»
«A noi?» rimarcò il marchese sollevando un sopracciglio chiaro.
«Sì, noi» confermò sedendosi dinanzi a lui, «non volevate entrare nelle grazie del sovrano?»
«Lo voglio ancora», chiarì, «ma non saprei proprio come fare.»
«Io ho un’idea» ammise con un luccichio scaltro negli occhi.
«Di cosa si tratta?»
«Ve lo dirò a tempo debito», precisò sicura, «non ho intenzione di perdere la mia unica arma per ottenere ciò che voglio.»
«Dunque, cosa dovrei fare?» si convinse facilmente il Marchese, perché, più di tutto, desiderava mostrarsi al sovrano.
«Dovete solo fidarvi di me.»

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