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Invidia: capitolo 12

Buona lettura!

In viaggio, 23 novembre 1738
Il capitano della Onore era steso sul letto della propria cabina da diverso tempo con le gambe a penzoloni oltre il bordo e il capo poggiato sul cuscino compatto. Era pensieroso, teso, e stranamente poco incline ad unirsi alla gioia del suo equipaggio. Aveva trovato un lavoro. Non a servizio del re come aveva sperato, tuttavia, si trattava di un incarico che gli avrebbe permesso di dar da mangiare ai suoi uomini. Un piccolo successo, che si augurava fosse il primo di una lunga serie. Alcuni colpi sulla porta della cabina lo costrinsero a concentrarsi sul presente.
«Cosa c’è?» abbaiò senza tentare di celare la frustrazione.
«Capitano, stiamo rientrando a Napoli» rispose il suo vice da oltre il legno.
«Bene» replicò sollevato ma senza allegria, perché nonostante non fosse l’impiego dei sogni, era pur sempre un lavoro ed andava svolto correttamente. Pertanto, essere riusciti a tornare in tempo per la consegna era una notizia fantastica.
«Capitano?» richiamò l’altro con la chiara intenzione di volergli parlare.
«Cosa vuoi Antonio?» grugnì mettendosi a sedere. I piedi posati sul legno grezzo del pavimento e i palmi piantati nel materasso duro.
«Parlarti.»
«Devi aspettare che ne abbia voglia.»
«Sul serio? È tutto qui quello che sai dire? È questa la soluzione al nostro problema?»
Con un guizzo rabbioso raggiunse la porta, tolse il chiavistello e la aprì di scatto. «Il problema lo hai causato tu» l’accusò trascinandolo dentro.
«Non l’ho fatto di proposito.»
«E questa ti sembra una giustificazione», ribatté chiudendo la porta e appoggiandocisi sopra, «se non fosse che sei mio amico ti prenderei a pugni.»
«Come se non lo avessi mai fatto» replicò il vice con un ghigno sfrontato.
«Mi stai provocando?» si trovò a chiedere sconvolto.
«Sì, lo sto facendo», confermò senza smettere di sogghignare, «ti preferisco arrabbiato che avvilito.»
«Non sono avvilito.»
«Abbattuto? Sfiduciato? Chiamalo come vuoi, ma di sicuro non stai mostrando il solito mordente. Lascia che te lo dica capitano, ti preferivo quando indossavi i panni del corsaro.»
«Smettila» gli ringhiò contro, iniziando a sentir salire la tensione.
«Perché? Se no cosa fai, mi sgridi?» lo provocò con cognizione.
Senza ribattere con le parole Gabriel gli piantò un pugno dritto in viso facendoglielo ruotare di lato.
Il colpo, anche se atteso, destabilizzò Antonio che si trovò ad indietreggiare di alcuni passi, prima che potesse massaggiare la mandibola dolorante. «Almeno la forza non l’hai persa.»
«Finiscila Antonio», ordinò avvicinandosi minaccioso, «ho capito cosa stai cercando di fare, ma te lo sconsiglio.»
«Non sei nato per controllarti, Gabriel», gli ricordò l’altro, «puoi provarci, ma chi nasce pirata non può morire principe.»
Cortez imbrigliò l’ulteriore scarica d’ira nei pugni chiusi e lo guardò in tralice.
«Non guardarmi come se fossi la tua rovina», lo rimbeccò l’amico, «ci abbiamo provato a fare le cose perbene e non è andata. Ora dobbiamo agire come sappiamo.»
«Ho chiuso con quella vita» chiarì allontanandosi. Gli diede le spalle e si mosse astioso lungo il perimetro della cabina.
«No. Non lo hai fatto.»
«Perché insisti? Eri d’accordo» domandò voltandosi di scatto a guardarlo.
L’amico si lasciò andare ad un sospiro scoraggiato. «Siamo ciò che siamo, Gabriel. A te non sta stretta questa vita fatta di regole e perbenismi?»
Quella di Sanchez era quasi una domanda retorica, tuttavia, il capitano sentì l’obbligo di rispondere. «Sì, la detesto», confermò con la voce graffiata dalla tensione che stava faticando a contenere, «ma ho promesso a Felipe che avrei smesso.»
«Il fratello insofferente? Quello che ha beneficiato dei tuoi soldi mentre viveva in panciolle?»
«Non dire così.»
«Non vuoi sentirti dire quanto si sia approfittato di te?» attaccò diretto. «Gli permetti di importi una vita che non vuoi quando dovrebbe solo ringraziarti per averne avuta una vita dignitosa.»
«L’ho fatto volentieri.»
«Ovvio. È nella tua natura andare per mare sotto bandiera nera» rise.
«Non intendevo questo e lo sai», lo riprese grattando la barba scura, «volevo solo che avesse una vita migliore della mia.»
«E l’ha avuta, se non sbaglio. Grazie ai tuoi soldi e alla tua fama tuo padre si è calmato e non lo ha più toccato. Neanche un ceffone, che secondo me gli sarebbe servito» precisò con tono chiaro.
«È solo un ragazzino» provò a giustificarlo.
«Alla sua età eri già in mare.»
«Non serve parlarne, Antonio. Lo rifarei.»
Il vice scuoté il capo con disappunto, mentre il richiamo dal ponte poneva fine alla discussione.
Finalmente erano attraccati. Ora dovevano pensare a consegnare la merce al commerciante e prendere i primi soldi guadagnati onestamente.

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