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Italia: Battaglia di Bitonto

Carissimo/a History Lover, buon momento!

Ieri ricorreva l’anniversario della Battaglia di Bitonto,  si può dire lo scontro conclusivo della nota Guerra per il trono di Napoli, di cui ho anche scritto nel romanzo Carlo e Maria Amalia un amore reale, indi per cui, ecco un piccolo sunto dell’evento, tanto per saperne qualcosina.

Sul blog trovate articoli su diverse battaglie riferite alle guerre di successione scoppiate nel XVIII secolo, come per esempio:

Battaglia di Culloden (Guerra di successione per il trono di Gran Bretagna). 

Battaglia di Almansa (Guerra di successione per il trono di Spagna). 

Battaglia di Fortenoy (Guerra di successione per il trono austriaco)

Battaglia di Velletri (Guerra di successione per il trono austriaco)

Battaglia di Dettingen (Guerra di successione per il trono austriaco)

Battaglia di Mollwitz (Guerra di successione per il trono austriaco)

Indi per cui…
La Battaglia di Bitonto
 si inserisce, come anticipato, nella Guerra per la conquista del trono di Napoli. (Trono conteso principalmente tra Spagnoli (Borbone) e Austriaci (Asburgo) sin dai primi anni del XVIII secolo. Se proprio voglio essere precisa, dai primi del XVI secolo Napoli era un vicereame, e lo è stato dei francesi, degli spagnoli e degli austriaci.)
 
In breve la questione era la seguente:
Ti ricordi di Carlo VI d’Asburgo, Sacro Romano Imperatore e tanto altro che a scrivere tutti i titoli finirei per fare un libro? (1685-1740)
Probabilmente sì, perché il caro Carlo VI, che fu l’antagonista di Filippo V di Spagna durante la Guerra di Successione Spagnola, e di Carlo durante la presa del Regno di Napoli, era niente poco di meno che, padre della nota e acuta Maria Teresa d’Austria.

Per farla breve, la faticosa Guerra di successione spagnola  (1701-1714, che vide tra i principali antagonisti Spagna/Francia e Austria) si concluse con la spartizione di territori che precedentemente erano appartenuti alla corona spagnola. Alla conclusione della Guerra, Filippo V (padre di Carlo), fu legittimato come re di Spagna, ma in cambio aveva perso molti territori in favore delle altre potenze europee. Il regno di Napoli finì sotto le grinfie di Carlo VI d’Austria e, come potete ben immaginare, gli spagnoli non ne furono contenti, quindi, alla prima occasione cercarono di riconquistarla.
Carlo Sebastiano di Borbone, a quel tempo duca di Parma, Piacenza e Guastalla, (ma pur sempre spagnolo) approfittò della presenza in Italia per scendere verso Napoli e conquistarla. (ovviamente è super riduttivo, perché le dinamiche che muovevano le guerre non sono così semplici da poter essere racchiuse in un singolo post, ma già con queste informazioni dovreste avere chiaro l’evento.)

Quindi, cos’è la battaglia di Bitonto?🤔

La Battaglia di Bitonto, nell’attuale Puglia, che avvenne il giorno 25 maggio del 1734, è ricordata per essere lo scontro finale, la conclusione alla guerra per il trono di Napoli, ma soprattutto, della ritrovata indipendenza del regno. (finalmente non era più vicereame.)

La vittoria dello scontro fu conseguita dall’esercito spagnolo (quello di Carlo e del suo papà Filippo V), guidato nientemeno che da Giuseppe Carrillo de Albornoz, duca di Montemar. (un ottimo stratega e uomo d’armi)
L’esercito austriaco (quello di Carlo VI d’Austria) fu guidato invece dal • Antonio Pignatelli, Principe di Belmonte. (marito della Principesa di Belmonte, nonché futura dama di compagnia di Maria Amalia Wettin.)

Lo scontro non fu eccessivamente violento, ma ovviamente ci furono molte vittime. Il numero delle vittime spagnole fu di circa 300 persone tra morti e feriti, mentre la controparte, subì un numero di vittime pari a circa 2.000 persone tra morti e feriti e con un numero di ostaggi pari a circa 2500 unità.

Estrattino esplicativo 🙂

L’avanzata dell’esercito spagnolo aveva lasciato dietro di sé un’umana conquista. Molte erano le città e i castelli caduti sotto il suo vessillo e in quel momento, Carlo Sebastiano di Borbone, si accingeva a entrare in Napoli non come invasore, ma come salvatore. L’arco rinascimentale in marmo bianco di Porta Capuana risplendeva dei raggi solari, brillando come una stella alla fine del selciato.
«Non trovate che ci stia dando il benvenuto?» domandò Carlo, rivolgendosi al suo stretto consiglio che gli cavalcava poco dietro.
«Credo non sia l’unico» rispose Bernardo Tanucci, uomo di legge e d’intelletto, la cui presenza era stata appoggiata dal granduca di Toscana Gian Gastone De’Medici, il quale lo riteneva un valido aiuto per il futuro re.
«Lo spero!» esclamò Carlo, facendo procedere il suo stallone bianco a passo lento.
Il suo ingresso non doveva essere frettoloso e confusionario, i napoletani lo stavano aspettando ed egli voleva mostrarsi, già a un primo sguardo, un re cauto e rispettoso. A pochi metri dall’arco si fermò per studiarne la fattura, i bassorilievi che lo ornavano e le due torri che lo fiancheggiavano.
«Onore e Virtù» spiegò Antonio, indicandone prima una e poi l’altra.  Egli rimaneva il valletto, ma era pur sempre il suo primo amico e il duca aveva espresso il desiderio di averlo al suo fianco in quel momento.
Carlo annuì drizzando la schiena e sollevando il capo. Con fierezza posò lo sguardo oltre la accesso, esattamente dove scorse alcuni volti curiosi fare capolino sulla strada lastricata di pietra scura. Sorrise a quelle persone anche se non potevano vedere la sua espressione e chiese alle retrovie: «Siete pronti con le borse?»
«Sì, Vostra Grazia!» risposero alle sue spalle.
Egli non si volse neanche a guardarli, continuò a guardare avanti, proiettato su quella gente in attesa.
La mia gente! Pensò. Il brivido della consapevolezza gli percorse la schiena facendolo rabbrividire per un solo istante prima di ripartire.
Lo stallone bianco dalla criniera argentata avanzava a passo, proprio come il suo padrone gli aveva indicato. Con elegante grazia si faceva strada su quel pavè sconnesso, ma né lui né il cavaliere parevano accorgersene. Carlo sorrideva, salutando con la mano ognuno di loro, povero o ricco non aveva importanza, perché era il suo popolo. I cavalieri alle sue spalle gettavano monete, un regalo a quelle persone che avevano creduto alle sue promesse di indipendenza e che non voleva deludere.
Alcune grida festose si levarono in nome del nuovo sovrano, prima e dopo il lancio delle monete, e alcune, le più teatrali, paragonavano il viso di Sua Altezza Reale bello come quello della statua di San Gennaro. A capo del corteo, Carlo si fermò dinanzi alla cattedrale per ricevere la benedizione dal Cardinale Pignatelli per poi terminare il suo trionfo tra le mura del Palazzo Reale.
Il cuore del giovane perse un battito quando, smontato da cavallo, fu accolto dalla nobiltà napoletana con ossequiosa riverenza. Ognuno di loro nel porgere i propri omaggi lo chiamava ‘Vostra Grazia o Vostra Maestà’ ed egli non sapeva come spiegare la propria gioia. Quando finirono gli elogi, si ritrovò nella sala del trono con solo il suo stretto consiglio.
Si prese alcuni attimi per osservarne lo stile tardo rinascimentale, le pareti a coste rosse ricordavano vagamente quelle di Madrid, ma il motivo esagonale bianco su sfondo nero del pavimento quasi lo stordiva. Rimirò l’ampio lampadario che capeggiava poco sopra il trono e gli venne quasi da sorridere, al pensiero che il trono non fosse altro che una sedia riccamente imbottita e dagli intagli dorati.
Con un timore quasi riverenziale si avvicinò alla seduta oggetto di tanti intrighi e sospirò, senza dire una parola.
«Quel trono è vostro, ora» esordì Tanucci, al quale il silenzio non era mai piaciuto.
«Non ancora», rispose Carlo senza voltarsi, «dobbiamo prima cacciare definitivamente gli austriaci e debellare ogni tipo di insurrezione popolare.»
«Napoli vi ama!» obiettò Taddeo, uno dei cavalieri della guardia privata. «Chi mai potrebbe insorgere?»
«Napoli non è il regno», contestò il re, «se vogliamo rendere definitivo il nostro successo, non possiamo aspettare.» Si volse a guardare il comandante de Albornoz per chiedere: «Sappiamo dove si sono rintanati?»
«Sì, Vostra Grazia. Hanno trovato sostegno nella città di Bitonto.»
«Bene. Allora sapete cosa fare.»
Il Comandante annuì, ma prima di congedarsi chiese: «Come volete che ci comportiamo con i traditori, che hanno dato loro asilo?»
«Non sono traditori perché ancora non mi hanno giurato fedeltà. Pertanto, riducete al minimo i danni» si limitò a dire, prima di congedarli tutti e rimanere solo con la propria sedia reale.

***Bitonto 25 maggio 1734 ***
Alla conquista di Napoli seguì il dispaccio reale firmato da re Filippo V di Spagna che, come previsto, si assumeva gli oneri e la gloria di quanto accaduto, tanto è vero che dichiarava:

Mio1 molto Illustre e molto amato figlio.
Per rilevanti ragioni e fondamentali motivi avevo disposto che nel caso in cui l’Armata Reale, che ho inviato in Italia per muovere guerra all’Imperatore, si fosse impadronita del Regno di Napoli, questo sarebbe dovuto rimanere di vostra proprietà come se voi lo aveste ottenuto con le vostre proprie forze, ed essendo stato servito Dio vista la giusta causa che mi assiste, e facilitato con il suo poderoso ausilio il più felice successo: Dichiaro che è mia volontà che detta conquista vi appartenga in qualità di suo legittimo Sovrano nella più ampia forma che questo comporta: Ed in modo che lo possiate constatare dove e quando convenga ho voluto manifestarvelo con questa Carta firmata di mio pugno, e ratificata dal Consigliere e Segretario di Stato e del Dispaccio.
Filippo V, re di Spagna”

Il comandante de Albornoz sorrise pensando a quella comunicazione e alle parole che re Carlo aveva usato alcuni mesi prima anticipando quella mossa paterna. Il giovane Sovrano si dimostrava giorno dopo giorno sempre più acuto e previdente. Le voci che lo avevano definito sciocco e malleabile per lui non avevano alcun tipo di fondamento. Forse lo era stato, rifletteva, ma l’esperienza lo stava sicuramente forgiando al meglio.
«Comandante?» il richiamo di uno dei suoi uomini lo ricondusse al presente. Erano alle porte di Bitonto, pronti per stoccare l’ultimo attacco alle file nemiche che si erano asserragliate in quella fortezza. «Quali sono gli ordini?»
De Albornoz sollevò gli occhi al cielo, le nuvole nere che avevano scatenato l’infausto temporale che aveva interrotto le prime schermaglie della notte precedente si erano diradate, lasciando il posto a un’alba rosea e priva di minacce.
«Gli uomini sono pronti?» domandò.
«Sì, signore.»
«Dai il segnale!» ordinò sollevando la spada e partì al galoppo.
Il respiro del comandante correva più veloce del suo stallone nero, quella non era la sua prima battaglia, egli era uomo d’armi la cui abitudine alla vita era pari a quella della morte. Ciò nonostante, il suo cuore impazzava nel petto, pompando adrenalina in ogni parte del corpo. Non era in testa allo schieramento, ma era il primo cavaliere alle spalle della fanteria. Il grido di battaglia che si levò da ambedue gli schieramenti scatenò una sorta di energia che lo potenziava, rendendolo invincibile. L’urto umano si incatenò al clangore delle spade, agli scoppi dei moschetti e alle grida di incitamento e di dolore. In quel caos fatto di sangue e corpi non era facile distinguere il nemico e, ancor meno, restare lucidi quando il dolore per una ferita offuscava la mente. Le prime file spagnole stavano nettamente perdendo l’attacco, quella notte insonne sotto la pioggia li aveva notevolmente debilitati e fu in quel momento, quando le speranze di vittoria sembravano essere nulle, che da nord giunsero alcuni reparti di cavalleria in loro soccorso. Con l’arrivo dei rinforzi la Spagna conquistò terreno costringendo i soldati austriaci a indietreggiare. Gli spagnoli si impossessarono di cannoni, armi, munizioni ed equipaggiamenti. La supremazia dell’esercito di Carlo ormai era evidente, tanto è vero, che i soldati austriaci si arresero e si consegnarono come prigionieri. Tra loro c’era anche il comandante, il principe di Belmonte Antonio Pignatelli che, con la sua resa, decretò il predominio spagnolo sul Regno di Napoli ed evitò che le mura cittadine venissero distrutte a cannonate.
La notizia della vittoria giunse a Napoli come una boccata di aria fresca e, per festeggiare l’evento, il nuovo sovrano fece illuminare la città per tre notti, oltre a far organizzare una gran festa per accogliere nel migliore dei modi i vincitori.
1 Questo scritto è tratto dal dispaccio di re Filippo V.

Spero che l’articolo ti sia piaciuto, se così fosse, non dimenticare di lasciare una faccina nei commenti e di condividerlo con chi può essere interessato/a.
Alla prossima!

Immagine presa dal web.

The Battle of Bitonto by Italian battle painter Giovanni Luigi Rocco. Museo del Ejercito, Toledo.

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