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Invidia: capitolo 20

Buona lettura!

Napoli, 25 novembre 1738
Le dita di Mary Katrin si muovevano leggere ed esperte sui tasti del pianoforte regale producendo alla perfezione la musica richiesta dalla sovrana, mentre quest’ultima, seduta di fianco al sovrano e dinanzi al capitano Cortez, ascoltava rapita la melodia senza perderne una sola nota. L’austriaca, quel mattino, mentre si torturava dall’ansia, non aveva minimamente immaginato un risvolto simile. Stava suonando per i sovrani di Napoli nel salottino privato della regina, ed entrambi sembravano giovani a modo e per nulla boriosi, quasi il loro ruolo non avesse alcuna importanza.
Al termine dell’esecuzione Mary Katrin rimase in attesa di direttive, perché non sapeva se suonare un altro brano o tacere.
«Mary Katrin, unitevi a noi», la chiamò Maria Amalia rivolgendole un sorriso cortese, «Anne, prendete il suo posto.»
La dama si alzò per raggiungere lo strumento, mentre l’altra si alzava per andare a sedere di fianco al capitano.
Prima di farlo, ovviamente, si prostrò in una nuova riverenza attendendo il consenso. Funzionava così, i sovrani avevano la prima e l’ultima parola su tutto.«La regina mi ha detto che venite da Vienna», iniziò Carlo con tono affabile, «vi piace Napoli?»
«Ho visto molto poco, Maestà», rispose con sguardo basso, «al mio arrivo sono stata mandata subito alla residenza del marchese di Galatone.»
«Il figlio della principessa di Belmone, se non erro.»
«Esatto, Maestà.»
«E come vi trovate?»
«Il marchese è un giovane a modo e fedele alla Corona» disse come prima cosa, perché lei era una donna di parole e non poteva dimenticare di chi fosse il merito della sua presenza a corte.
«Ne sono felice», sorrise il Re prendendo la tazzina di caffè, «questo però non risponde al mio quesito.»
«Con tutto il rispetto, Maestà, vorrei poter non rispondere.»
«Perché mi fate una tale richiesta?» Carlo inarcò un sopracciglio dorato.
«Perché se lasciassi parlare il mio stato d’animo potrei dire qualcosa di cui poi dovrei pentirmene.»
Come Mary Katrin aveva presunto, il re pretese una risposta sincera. «Vorrei che mi rispondeste con onestà.»
L’austriaca si finse combattuta, torturando le dita per dare visibilità a quello stato d’animo inesistente. «La verità, mio Re», fece una pausa studiata per dare enfasi al nome con cui lo aveva chiamato, «è che non sono stata cresciuta per fare da istitutrice a una bambina, che tra l’altro mi detesta. Io avrei dovuto contrarre un buon matrimonio, magari con un duca, e sarei dovuta essere una Signora. Ho trascorso la mia intera gioventù tra studio e pratica e questo viaggio, che Dio mi perdoni, è stato tanto inaspettato e non voluto che non nego la mia volontà di sparire.»
I due sovrani rimasero sorpresi da tanta onestà e lo stesso fu per il capitano spagnolo che, come uno spettatore silente, assisté a quello spettacolo.
«Ne deduco che non vi troviate bene» sostenne il re con tono gentile.
«Non proprio», sollevò lo sguardo per un attimo fugace in cui incontrò le sue iride azzurre, prima di tornare a guardare le mani in grembo, «Giustiniana è una bambina difficile, ma il marchese è un giovane buono e assennato. A differenza della principessa di Belmonte mi ha concesso un’accoglienza giusta e mi ha permesso di essere qui.»
«La principessa Pinelli affronta una lotta continua tra ciò che è e ciò che vorrebbe.»
Mary Katrin pensò che non aveva mai ascoltato un’analisi più appropriata.
«Vorrei incontrare il marchese», continuò Carlo, «questa sera, a cena, vorrei che lo portaste da me.»
L’austriaca si sentì pervadere di orgoglio. Il re le aveva appena affidato un incarico.
«Sì, Maestà.»
«Capitano»,si rivolse a Cortez in spagnolo, «voi, invece, venite domani mattina nel mio studio, così parleremo di quella faccenda.»
«Sì, Maestà.»
«Ora andate», congedò entrambi, «vorrei rimanere un momento solo con mia moglie.»
I due neo sudditi si alzarono all’istante e si prodigarono in un cerimonioso saluto di congedo.
Una volta fuori, seguiti a un passo da un valletto che indicava loro la via da percorrere, Gabriel ebbe solo il tempo di sussurrarle un grazie prima che venissero divisi.
Grazie a te! Pensò la donna, con un sorriso leggero e soddisfatto sulle labbr

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