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Invidia: capitolo 24

Buona lettura!

Napoli, 26 novembre 1738

Il nuovo giorno ebbe inizio con la medesima agitazione del giorno precedente, tanto è vero, che alle prime luci dell’alba il marchese era già seduto intorno al tavolo per il pasto mattutino e l’austriaca era già pronta per raggiungerlo.
Quando si udirono sopraggiungere i passi leggeri e affrettati della donna, il giovane sollevò lo sguardo dal piatto per puntarlo sull’uscio aperto. Essendo gli unici ad abitare quella dimora, oltre la servitù, e vista la loro condizione di scapolo e nubile, l’etichetta ne richiedeva l’esigenza.
«Non vi aspettavo così presto», l’accolse il Marchese quando la vide entrare nella stanza, «a cosa devo tale onore?»
«Desideravo parlare un momento con voi.»
«Ieri sera non mi siete sembrata molto loquace. Oggi sono io a non avere il desiderio di parlarvi.»
«Siamo a questo?» sospirò prendendo posto al tavolo.
«A questo, cosa? Di preciso.»
«Fate le ripicche al pari di un bambino?» inarcò un sopracciglio guardandolo negli occhi e pungolandolo nell’orgoglio.
«Non sono un bambino, maledizione!» batté un pugno sul tavolo facendo tintinnare l’argenteria.
Allo sguardo di biasimo della donna, tacque, espirò per riprendere il controllo e continuò cauto: «Sono il Marchese di Galatone e merito rispetto.»
«Avete ragione», conciliò per nulla preoccupata, «siete un marchese e pertanto vi devo rispetto, ma ciò non toglie che un rispetto dovuto non ha lo stesso sapore di uno meritato.»
Il giovane espirò ancora scuotendo il capo. «Cosa volete dire con questo?»
«Voglio dire, che dovreste mirare a meritarvi il rispetto e non a pretenderlo.»
«Mi comporto bene.»
«Bene, a volte non basta. Dovete essere irreprensibile e allo stesso tempo incredibile, sia nella gestione degli affari che dei rapporti.»
Il marchese si passò una mano nel fazzoletto ricamato, legato al collo, quasi per aiutarsi a respirare.
«Lasciamo stare», sbuffò con malagrazia, «immagino non fosse questo l’argomento che vi ha spinta qui, a quest’ora, quindi, ditemi di cosa volete parlare.»
«Di vostra madre» andò dritta all’argomento.
Il giovane sollevò gli occhi al cielo. «Cosa volete sapere?»
«Per cominciare, vorrei sapere cosa vi ha detto?»
«Niente.»
«Impossibile» contestò, mentre affondava la forchettina nel dolce appena sfornato, «vi ho visti discutere.»
«Avete avuto anche il tempo di osservarci», malignò senza contegno, «ed io che pensavo non aveste occhi che per il capitano.»
L’austriaca replicò con un mezzo sorriso colmo di ironia.
«Cosa vi ha detto?» tornò a chiedere, determinata.
«Che non mi sarei dovuto presentare senza il suo consenso e che, assolutamente, non avrei dovuto farmi accompagnare da voi.»
«Solo questo?»
«Non vi sembra abbastanza?» il giovane fece la domanda e poi sorseggiò un po’ del suo caffè in attesa della risposta.
«Vostra madre è una donna con tanto potere», considerò Mary Katrin dopo aver ingoiato il dolce, «se non vi ha posto alcun divieto futuro, allora possiamo ritenerci fortunati.»
«Avrebbe voluto», chiarì il ragazzo, «ma il volere dei sovrani superano il suo.»
«Meglio per noi allora», tamponò la bocca con il tovagliolo leggero, «tuttavia, ora più che mai dobbiamo stare attenti. L’opportunità concessaci dai sovrani è oltremodo grande e inusuale. Non possiamo permetterci di sbagliare.»
«Più che assentire ad ogni richiesta e appoggiare ogni sua affermazione, cosa volete che faccia?»
«Dategli motivo di volervi nella sua vita», consigliò saccente, «il Re è pieno di persone pronte a servirlo e di nobili ad adularlo. Con il dialogo dovrete cercare di intuire cosa gli manca e poi dovrete essere quello.»
«Voi farete così con la Regina?»
«Di sicuro continuerò a studiarla e, spero tanto, di riuscire ad impressionarla il giusto, e che mi permetta di rivederla ancora.»

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