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Invidia: capitolo 27

Buona lettura!

Napoli, 26 novembre 1738
L’accoglienza nel salottino privato della regina fu quanto mai gradito dalla austriaca perché, contro ogni previsione, erano sole.
«Venite avanti» l’autorizzò Maria Amalia con una smorfia accennata, che mal si sposava con la dolcezza mostrata negli incontri precedenti.
Quell’espressione tesa unita al silenzio tombale che permeava il salotto la mise in allerta e ciò che inizialmente aveva trovato gradevole divenne spiacevole all’istante.
«Maestà» si prostrò al suo cospetto con una profonda riverenza. In quel momento le venne da pensare che in tutta la sua vita non si era mai abbassata tanto e ne avrebbe riso, se solo la sovrana avesse mostrato un minimo di benevolenza.
Perché è tanto ostile? Si chiese la donna con apprensione. Cosa è successo in una notte? Imprecò mentalmente, ciò nonostante, si mostrò impassibile e serena come sempre.
E rimase visibilmente tranquilla anche quando la giovane sovrana prese a studiarla con insistenza, valutandone in silenzio ogni piccolo particolare.
Quell’esame prolungato però, svolto nell’intimità di un incontro a due, ebbe il potere di scalfire il di lei autocontrollo, e se si fosse prolungato per altri minuti, Mary Katrin era sicura che sarebbe caduta sulle ginocchia, sconfitta. Sapere di essere in difetto era già abbastanza per intaccare la sicurezza di chiunque.
«Mi avevate fatto una così buona impressione» parlò la regina con delusione.
L’austriaca sollevò lo sguardo e si mostrò confusa. Era davvero brava a simulare, e ne ebbe la conferma quando Amalia parve crederle.
«Non avete niente da dire a vostra discolpa?»
«Maestà, perdonate, ma non comprendo l’accusa.»
«Vi avevo creduta in buona fede, lady Lehen, invece, ho scoperto che siete stata mandata qui per spiarci.»
Il cuore le mancò un battito per l’accusa fondata, ma si astenne dal confermarla, perché farlo avrebbe decretato la fine della sua vita.
«Io?» l’austriaca si portò una mano al petto come se fosse stata colpita al cuore. «Sono solo una donna che è stata rifiutata dall’uomo che amava, Maestà», abbassò lo sguardo e il tono, velando quest’ultimo di dolore, «sono stata mandata qui perché ho un carattere indomabile. Sono sempre stata la meno amata, in famiglia, e i miei genitori hanno colto l’opportunità per liberarsi di me.»
«Sono giovane, Mary Katrin, ma non sono sciocca», chiarì la sovrana cogliendola alla sprovvista, «so bene che state mentendo. Per tutti i cieli, sono stata educata per diventare una regina o poco meno, mi è stato insegnato come individuare le menzogne.»
L’austriaca sentì il respiro fermarsi in gola. Non aveva minimamente immaginato un risvolto simile. Si era sempre creduta brava, astuta e, in tutta onestà, aveva sottovalutato la giovane regina. In cuor suo aveva creduto che la sua giovane età la rendesse una sprovveduta, invece, le sembrò essere l’unica accorta di tutto il regno.
Pensa in fretta! Si intimò con apprensione.
«Quindi credete che vi abbia mentito?» domandò per prendere tempo. Tornò a guardarla negli occhi, nonostante fosse inopportuno, perché voleva che vedesse la sua buona fede, che le credesse. Ne aveva un disperato bisogno.
«Sì», sostenne con sicurezza, «non su tutto, ma per buona parte sì.»
Avete ragione. Conciliò in silenzio.
L’austriaca abbassò di nuovo lo sguardo, prese un respiro profondo e disse: «Avete ragione.»
«Cosa?» la sovrana parve sorpresa di sentire quell’ammissione nonostante fosse stata lei a proporre l’insinuazione.
«Sì, vi ho mentito» tornò a sollevare lo sguardo. Una cosa che sapeva bene, Mary Katrin, era che per rendere una menzogna credibile, era necessario essere il più possibile sinceri.
«Spiegatevi meglio.»
«Vedete Maestà, io sono la secondogenita di famiglia e a detta di tutti sono la più bella e la più intelligente, ciò nonostante, ho sempre avuto un carattere difficile, ribelle e per questo non sono mai stata amata come mio fratello o le mie sorelle», fece una pausa per prendere fiato e poi riprendere, «amavo davvero un uomo. Un duca, in realtà, che sembrava molto interessato alla mia compagnia. Frequentava la nostra casa, conversavamo e», si trovò a deglutire l’amarezza che quella verità le aveva fatto salire in gola. Lo aveva amato sul serio e dal suo rifiuto ne era rimasta intimamente distrutta.
«E?» la sollecitò a continuate la sovrana con interesse.
Mary Katrin, ancora in piedi davanti alla regina, lisciò una falsa piega nella gonna prima di sospirare, «E poi, un giorno, ha chiesto la mano di mia sorella Annie, la terzogenita.»
«State scherzando?» finalmente vide spuntare dell’empatia su quel viso giovane e delicato.
«Dio lo volesse!» esclamò con rammarico. «Purtroppo no.»
«E vostra sorella lo ha sposato?»
«Ovviamente», tornò a guardarla, «ed io ho dovuto presenziare alle nozze con un ampio sorriso sul volto.»
«Non capisco», ammise la regina con perplessità e interesse, perché essendo giovane, e avendo avuto una vita di isolamento e reclusione, adorava ascoltare le storie altrui, «mi avete detto che frequentava la vostra casa e cercava la vostra compagnia, perché non ha sposato voi?»
«Perché il suo interesse nei miei confronti non era sentimentale» confessò, decidendo in quell’istante di essere completamente sincera. In fin dei conti lei non voleva essere una spia. Non lo aveva mai voluto.
«Se non era sentimentale, qual era?»
«Stava valutando le mie capacità.»
«Per?»
«Per venire qui, diventare la dama di compagnia della principessa di Belmonte e sorvegliarla.»
Alla fine decise di mentire, perché nonostante fosse arrabbiata con il duca e con i suoi genitori, non li avrebbe mai traditi.
«La principessa di Belmonte?»
«Sì», confermò sollevando di poco le spalle con un movimento sgraziato, «non so bene per quale ragione, ma volevano resoconti sulle sue giornate, i suoi incontri, insomma, cose di questo tipo.»
«Siete sincera? Davvero dovevate spiare la principessa e non me e mio marito?»
«Maestà», tornò a guardarla negli occhi per proferire una nuova e parziale verità, «io sono stata mandata qui per servire la principessa. Dovevo essere la sua dama di compagnia e, con il mio stile, non avrei mai raggiunto voi o il re. Come potrebbe essere diversamente?»
Amalia parve soppesare le parole dell’austriaca e dopo una breve analisi decise di crederle, perché in effetti, se non ci fossero state le circostanze accadute, lei non l’avrebbe mai conosciuta.
«D’accordo», assentì, «diciamo che vi creda. Cosa avete scritto a vostro padre?»
«Per ora solo una lettera al momento del mio arrivo, nella quale gli dicevo che non ero stata accolta dalla Principessa e che ero lontana dalla corte.»
«Bene.»
«Maestà, io non vorrei essere nella situazione in cui mi trovo» confessò, sperando che le arrivasse la sincerità delle sue parole.
«Tutti siamo in situazioni che non vorremmo» espirò la regina prima di perlustrare con lo sguardo il perimetro dell’ambiente, e non appena scorse la dama seduta in disparte con un libricino alzò il tono, «Anne fai servire il tè e raggiungici.»
Quando tornò a guardare l’austriaca, gli occhi chiari erano venati di determinazione e la voce suonò sicura: «Mary Katrin, vi sto dando l’opportunità di riscattarvi, non fatemene pentire.»

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