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Invidia: capitolo 28

Buona lettura!

Napoli, 26 novembre 1738
Quando l’equipaggio della Onore stava sbarcando in massa per fiondarsi in una taverna e festeggiare il nuovo incarico, il Sole stava lentamente discendendo la curva del cielo per immergersi oltre la linea dell’orizzonte. Contro ogni logica previsione, il re di Napoli aveva affidato un compito al capitano spagnolo e, quest’ultimo, stentava a credere di essere riuscito a estorcergli una promessa tanto vantaggiosa. Era davvero inconcepibile.
«Capitano, vieni con noi?» domandò Sanchez fermandosi sulla cima della passerella.
«No, devo studiare i dettagli del viaggio», negò indicando la direzione della cabina, «ma ti prego, bevi anche per me.»
«Sarà fatto!»
L’altro accennò un segno di saluto e un sorriso prima di dileguarsi con passo rapido e fiero.
Gabriel rimase fermo sul pontile ad osservare i suoi uomini fluire via e quando furono svaniti alla vista, si chiuse in cabina a rimuginare. Non aveva alcuna voglia di fare baldoria e ancor meno di studiare i dettagli del viaggio. In realtà, non sapeva neanche lui cosa volesse, l’unica certezza, in quel momento, era che si sentisse insoddisfatto nonostante il successo. Aveva ottenuto ciò che voleva, eppure, non ne era felice come aveva sperato.
Con un gesto stizzito tolse il fazzoletto che teneva legato al collo, il gilet e aprì la parte superiore della camicia per riprendere a respirare normalmente, afferrò la brocca con il vino e ne ingurgitò un bicchiere. Sperava di riuscire a stordire i sensi per evitare di pensare, ma comprese subito che gliene sarebbero serviti altri dieci. Dopo aver assaggiato il vino sulla tavola del Re, quello gli sembrò una brodaglia sporca al vago sentore di uva.
Due colpetti sulla porta della cabina catturarono la sua attenzione costringendolo a portare la mano sulla fondina. «Chi è?»
«Sono io.»
Due parole prive di spiegazione che tuttavia lo lasciarono senza fiato, perché l’aveva riconosciuta.
«Entrate» autorizzò dopo essersi alzato in piedi.
Vide la porta aprirsi con leggera difficoltà e poi spuntare la sua figura avvolta in una manta con cappuccio. Era talmente coperta da essere irriconoscibile, eppure, lui ne rilevò il profumo e il passo aggraziato.
«Cosa ci fate qui?»domandò con un misto di sorpresa e fastidio. «Come mi avete trovato?»
«Vi ho seguito», ammise seria, «disturbo?» chiese entrando.
«Dipende.»
«Da cosa?» si fermò a un paio di passi da lui e abbassò il cappuccio per mostrare il viso.
«Dal motivo.»
«Desideravo sapere come è andato il vostro incontro» spiegò slacciando il mantello.
«Perché?»
«Ero curiosa di sapere se sono riuscita a saldare il mio debito» rispose liberandosi della manta e dei guanti.
«Il vostro debito lo avete saldato nel momento in cui mi avete permesso di vedere il Re» la informò con voce neutra, tuttavia, lo sguardo si mostrò meno impassibile alle sue grazie.
«Siete infastidito?» lo guardò dritto negli occhi.
«No» ammise con un sospiro, massaggiando la nuca per contenersi. Possibile che non si rendesse conto che fossero soli e su una nave?
Quel movimento del braccio costrinse Mary Katrin a seguirne la muscolatura definita attraverso la camicia leggera e a notarne l’abbigliamento selvaggio. Quella visione le seccò la gola, ma si riprese in fretta.
«Allora è andato male l’incontro?»
«In realtà è andato bene», ne incrociò le iridi, «perché me lo chiedete?»
«Siete scostante. Questo pomeriggio mi siete sembrato più cortese.»
Un sorriso accattivante spuntò attraverso lo strato di barba. «Perché siete qui, Mary Katrin?» domandò ancora avvicinandosi a lei.
«Ve l’ho detto.»
Il capitano si fermò ad un passo da lei, proprio come aveva fatto quel pomeriggio, per guardarla negli occhi da quella esigua distanza e percepirne il respiro affrettato.
«Non vi credo» soffiò a fior di labbra, e lei poté sentire l’aroma del vino sfiorarle le labbra e causarle un fremito.
«Siete di nuovo troppo vicino» gli fece notare con il fiato corto. Nonostante fosse una donna razionale, impassibile e padrona delle sue azioni, adorava in modo sconveniente il modo in cui la faceva sentire debole.
«Come vi ho detto oggi, non quanto vorrei» confessò a bassa voce, mentre le iridi scure le carezzavano la bocca carnosa e schiusa dal respiro affrettato.
A quella ammissione il cuore di Mary Katrin mancò un battito, o forse più di uno, perché era impreparato a quelle sensazioni. Nessuno l’aveva mai guardata in quel modo o le si era rivolto con tanto ardore.
«Dovreste andare» le consigliò Gabriel, senza spostare lo sguardo dai suoi occhi.
«Mi state cacciando?»
«Lo faccio per voi», ammise sincero, «siete una lady e io sono solo un uomo.»
«E se non lo fossi?» ribatté stupendo persino se stessa. «Se fossi solo una donna mi mandereste via?»
«Se foste solo una donna sareste già nel mio letto» confermò reggendo lo sguardo.
Quella confessione invece di offenderla la galvanizzò come nient’altro prima di allora. Aveva bisogno di sentirsi desiderata, amata e voluta. Nessuno mai le aveva mostrato un minimo di sentimento sincero e voleva sapere cosa si provasse. Come ci si sentisse ad essere amata, ad essere al posto di sua sorella Annie. La verità era che nonostante si sforzasse di dimenticare il rifiuto del duca, non ci era ancora riuscita.
«Mary Katrin?» Gabriel richiamò la sua attenzione. «State piangendo?»
«Non siate sciocco», indietreggiò di un paio di passi, «ma avete ragione. Devo andare.»
L’uomo le afferrò un polso per fermarla. «Aspettate! Non volevo… non pensate che…»
«Non temete Gabriel, sto bene» lo tranquillizzò con la consueta fermezza. Era stato un momento di debolezza che aveva richiuso sul fondo del suo cuore.
«Sembravate sconvolta» corrugò la fronte, confuso.
«Sono venuta qui con l’intenzione sbagliata», ammise con voce incolore, «però sono contenta di sapervi sistemato. Ora devo proprio andare» concluse afferrando mantella e guanti e, ancor prima di indossarli, corse via.

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