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Invidia: capitolo 31

Buona lettura!

Napoli, aprile 1739
La lunga corsa di Mary Katrin rallentò in prossimità del porto, e si fermò solo quando fu al suo interno, per lisciare le gonne con un gesto temporeggiante e volgere il viso verso il timido sole primaverile. Si beò di quel calore, giusto il tempo necessario per ricomporre la maschera di indifferenza, e tornò a guardare il molo in lontananza.
La nave Onore era davvero rientrata. Constatarlo con i propri occhi le diede l’illusione di aver il controllo del proprio corpo, ma durò il tempo di un respiro.
«Katrin?» la sorpresa nel timbro dell’uomo, le scatenò un sorriso a fior di labbra.
«Capitano» rispose, ancor prima di incrociarne lo sguardo, e quando lo fece, si sentì bruciare dal calore che vi lesse.
«Cosa ci fate qui?» avanzò verso di lei senza neanche chiedere il permesso. A suo parere vi erano troppi metri di distanza. Voleva guardare quelle iridi chiare da vicino e sentirne il profumo e scoprire se era come lo aveva ricordato.
«Mi era stato detto che eravate tornato e volevo accertarmene.»
«Mi controllate?» annullò completamente il distacco. «Oppure vi sono mancato?» La seconda domanda gliela sussurrò all’orecchio, approfittando della calca per rendere l’avvicinamento casuale. Tuttavia, sapevano entrambi, che non fosse così.
«Entrambe le cose» sorrise, piegando il viso di lato per accogliere il respiro di lui sulla pelle sensibile tra lobo e collo.
«Vi ho pensato» la informò, indietreggiando di un passo per guardarla meglio. «Spesso, in realtà» sorrise in modo intrigante, sollevando solo un angolo della bocca per accentuarne la malizia.
«A cosa? Di preciso?» chiese, con finta innocenza. In realtà, anche lei aveva pensato spesso a lui, e non sempre in modo legittimo.
«Davvero volete saperlo?»
«Solo se vi va di dirmelo» rispose stuzzicando il labbro inferiore in modo sensuale.
«Venite con me» ordinò.
Lei lo guardò torva. Non avrebbe certamente preso ordini da lui. Non dopo tutti quei mesi di lontananza, eppure, non appena lui allacciò le sue dita con le proprie, si sentì pronta a seguirlo in capo al mondo.
«Dove mi state portando?» chiese, senza riuscire a trattenere l’eccitazione per quel falso rapimento.
«Sulla nave.»
«Mi hanno detto che le donne non sono bene accette.»
«Ssst», la zittì portandosi l’indice davanti alle labbra sorridenti,«non vorrete che ci scoprano?»
«A chi potrebbe importare?» rise, guardandosi intorno con serenità.
«Magari il vostro amico Marchese.»
«Il mio amico», calcò sulla parola amico per dargli una lezione, «quest’oggi ha di meglio a cui pensare.»
«Meglio di voi?» la guardò da sopra una spalla con un’espressione ardente. «Ne dubito.»
«Non siate banale» lo ammonì decisa, anche se in realtà, il suo ego aveva esultato.
Camminarono sulla passerella con passo veloce e rallentarono solo in prossimità della cabina del capitano.
Quando vi entrarono, e la porta fu richiusa alle loro spalle, lui si volse a guardarla. Le dedicò uno sguardo che le scivolò addosso con tutta l’intenzione di denudarla, e lei lo capì, nonostante non avesse esperienze di quel genere.
«Cosa c’è?» si torturò il labbro, in imbarazzo. Ricordava ancora le sensazioni di piacevole panico, che l’avevano colta l’ultima volta che era stata lì.
«Sei bellissima, Katrin» espirò in modo confidenziale, mentre passava una mano tra i ricci neri e puliti. «Sei nobile, hai un Marchese che ti guarda con gli occhi da innamorato, quindi, ammetto di non capire perché tu sia qui. Cosa ci fai qui?»
«Mi stai dando del tu» lo riprese, senza reale sgomento. Le era piaciuto sentirlo parlare in quel modo.
«Sul serio?» rise, scoprendo i denti bianchi e non del tutto perfetti. Aveva un incisivo spezzato a metà. «Io ti faccio notare che sei di nuovo in una posizione pericolosa ed è tutto quello che sai dire?»
«È vero, però» si giustificò, stringendosi nelle spalle e alimentando la pressione sul seno, che parve balzare verso l’esterno.
Gli occhi di Cortez furono catturati da quel movimento e non finse neanche di non averlo notato.
«Potete evitare di guardarmi in questo modo» lo riprese, a disagio.
Gabriel trasse un lungo respiro e, dopo aver espirato tutta l’aria dai polmoni, tornò a guardarla. «Perché sei qui?»
«Volevo vederti» confessò altrettanto confidenziale.
«E lo dici così?»
«Come dovrei dirlo?» piroettò su se stessa muovendo alcuni passi all’interno dell’ambiente.
«Lo sai che io non vado bene per te?»
Espirò affranta, continuando a dargli le spalle.
«Io non posso darti niente di quello che una donna come te meriterebbe.»
«Credo tu ti stia sbagliando.»
Si girò lentamente, per poi parlare con fermezza mentre lo guardava negli occhi. «Io non sono niente.»
«Cosa stai dicendo?»
«Che sono solo una bambinaia» disprezzò il suo ruolo e la sua intera vita. Non aveva niente contro Giustiniana, e ancor meno contro Antonio, ma lei detestava servirli. Odiava essere servile e aborriva le lettere di suo padre. Testi intimidatori nei quali troneggiava il di lui senso di onnipotenza, mentre criticava i suoi fallimenti.
«Non vorrei sbagliare, ma sei la figlia di un conte» tentò di farla ragionare. E lo fece, non perché non volesse stringerla tra le braccia, baciarla e toglierle dal viso quell’espressione addolorata a suon di gemiti, ma perché sapeva che con una come lei, non c’era da scherzare.
«Un conte che si è dimenticato di me.»
«Katrin» espirò passando entrambe le mani tra i ricci per evitare di toccarla. Sapeva, infatti, che se avesse ceduto ai suggerimenti del proprio corpo, si sarebbe ritrovato in un caos senza discernimento. Aveva lavorato tanto per essere a quel punto, e non poteva rischiare di perdere i favori del Re per una donna. Nonostante, quella donna, fosse la creatura più intrigante sulla quale avesse posato gli occhi.

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