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Invidia: capitolo 33

Buona lettura!

Napoli, aprile 1739

Il capitano della Onore balzò indietro quasi fosse stato spinto da una grossa onda. «Sei impazzita!?» esternò confuso, e non si capì se fosse una domanda o un’affermazione schietta.
«No», espirò stancamente, «sono seria come la morte.»
«La morte. Certo.» Borbottò muovendo altri passi per allontanarsi da lei. «Quella che mi prenderebbe se si venisse a sapere che sei partita con me.»
«Non esagerare» minimizzò lei, mentre si avvicinava al capitano per ritrovare il contatto visivo.
«Tu non ti rendi conto» l’accusò senza gentilezza. «Semmai acconsentissi a questa follia, per me sarebbe la fine. Tutti penserebbero che ti abbia rapita.» La fissò negli occhi con durezza. «Hai idea di cosa succede a chi rapisce una giovane di buona famiglia?»
Lei fece segno di no con la testa, anche se poteva immaginarlo.
«Ecco, appunto» chiarì cupo. «Nelle migliori delle ipotesi mi faresti finire nelle celle putride di Napoli, nelle peggiori sulla forca, o qualunque cosa ci sia in questo posto.»
«Nel caso ci scoprissero direi che è stata una mia idea.»
«E chi pensi che ti crederebbe?»
Mary Katrin abbassò lo sguardo, delusa. Aveva sperato davvero di poter lasciare Napoli, ma non voleva mettere nei guai Gabriel, perché non se lo meritava.
«Dovevo capirlo che il tuo interesse per me era pura finzione» espirò con amarezza. «Le donne come te, a quelli come me, non li vedono neanche.»
«Non è come credi» tornò a guardarlo.
«Invece, è esattamente come credo. Mi volevi usare, e stavi utilizzando la mia attrazione per te per convincermi.»
«Un’attrazione assai fragile, se ti ha concesso di rifiutarmi» replicò, dispiaciuta e, se non si fosse conosciuta bene, avrebbe detto che quel rifiuto l’avesse amareggiata.
«Sei solo una donna Katrin. Non rinuncio alla mia libertà per due moine e un corpo caldo» replicò duro. «Anche se l’idea di possederti durante tutta la navigazione è stata allettante» chiarì, sperando che quelle parole la sconvolgessero al punto da farla fuggire.
Gli occhi cerulei di lei, infatti, si sgranarono sorpresi.
«Per mille balene! Cosa credevi? Che potevi stuzzicarmi, rubarmi un passaggio e non darmi neanche un assaggio del tuo corpo?»
«Io» balbettò, rossa in volto.
«Vattene, Mary Katrin, prima che mi dimentichi le buone maniere e mi prenda ciò che sei venuta a offrirmi» l’avvertì con un ghigno diabolico, augurandosi che bastasse.
Non l’avrebbe mai presa con la forza. Lui, semmai fosse accaduto, la voleva arrendevole e partecipe al piacere.
«Mi dispiace, Gabriel» mormorò imbarazzata. Consapevole di aver giocato con il fuoco.
«Anche a me» buttò fuori e le diede le spalle. Doveva evitare di guardare la sua espressione colpevole e dispiaciuta, perché continuare a farlo lo avrebbe spinto a consolarla e non voleva. Doveva assolutamente liberarsi di lei, perché, diversamente, era certo che avrebbe ceduto alle sue richieste e sarebbe finito sul rogo della dannazione.

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